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Vita di strada e cultura della precarietà

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Anteprima della tesi: Vita di strada e cultura della precarietà, Pagina 6
alloggio me lo danno loro…”; “Sono disastrose, al momento non ho un lavoro e praticamente 
non ho niente…”; “Tristi, fanno pietà, non ho neanche una lira, niente. Solamente mi devo 
arrangiare…”; “Non ho niente da pensare, perché non mi hanno aiutato, mai nessuno, perciò 
dove devo andare?”; “Non ho niente, sono bianco come la neve, proprio sballato.”; “Adesso 
non ho niente…”; “Per ora non ho nulla, niente, non ho soldi e per ora mi sono rassegnato a 
questo fatto, almeno io sono fatto così; quando li ho li spendo per vivere; quando non ce l’ho 
non vado a cercarli. Praticamente, finché vivo, finché mi nutro l’importante è quello; poi dei 
soldi ne posso pure fare a meno.”; “…Per i soldi se ho bisogno di mille lire giro una chiesa o 
due…”. 
 
In sostanza le persone che vivono in strada non hanno soldi – ad eccezione di 
coloro (pochi) i quali percepiscono una pensione minima, o ricevono aiuti dalla famiglia – 
ed imparano gradualmente a farne a meno: quando ci sono li usano e quando non ci sono 
ricorrono a risorse alternative. Come dicevo poc’anzi, la loro vita presente ruota intorno ad 
esigenze minime e a progetti estremamente limitati, rispetto ai quali la loro “povertà 
economica” non rappresenta tanto un problema, quanto piuttosto una realtà innegabile 
nella quale si sforzano ogni giorno di sopravvivere, mediante pratiche che con il tempo si 
consolidano ed attraverso relazioni umane che condividono la medesima condizione. 
Con questo non si vuole affermare che la vita di strada sia perfettamente sostenibile 
o priva di sofferenza; tutt’altro. Ciò che qui mi preme sottolineare è il fatto che la 
condizione delle persone senza dimora non può essere analizzata solamente con parametri 
relativi ad un comune ordine sociale: perché non solo il dato economico, ma anche quello 
della «salute», della «famiglia», del «lavoro», della «casa», della «conoscenza» o della 
«sicurezza» (solo per citare i punti indicati nella definizione di “povertà estrema”) 
assumono un carattere relativo, che deve essere problematizzato alla luce dei cambiamenti 
e degli adattamenti che ogni singola persona opera nella propria prospettiva culturale. 
Se dunque è innegabile che le persone senza dimora si trovino in una condizione 
sociale di povertà estrema, è altrettanto innegabile che queste persone continuano a vivere: 
determinando relazioni, inventando pratiche, trasmettendo saperi impliciti, tracciando 
traiettorie ed infine individuando spazi – materiali e simbolici – di una sopravvivenza 
limitata ma comunque reale. Con la ricerca cui questa tesi si riferisce, ho tentato di 
individuare e di interpretare alcuni dei suddetti elementi della vita di strada, convinto della 
necessità di un impegno conoscitivo maggiore che non sia rivolto esclusivamente ad 
isolare le cause sociali o ad ipotizzare possibili interventi funzionali; ma che prenda in 
esame anche gli aspetti umani e culturali – e dunque imprescindibili – di questa realtà. In 
8 

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Vita di strada e cultura della precarietà

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Informazioni tesi

  Autore: Fabrizio Boni
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Sociologia
  Corso: Sociologia
  Relatore: Enzo Campelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

FAQ

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