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13 Dalla fiducia e dall’entusiasmo che era capace di suscitare. Dall’ottimismo che non lo abbandonava mai e che trasferiva agli altri. Se ripenso agli anni con Scalfari, mi convinco sempre di più che l’essere tanto ottimisti da contagiare la propria squadra sia una virtù indispensabile ai capi. […] Tante volte ho immaginato che Scalfari sarebbe potuto essere un capo guerrigliero. O un monarca con la spada, deciso ad ingrandire, battaglia dopo battaglia, il proprio regno”. Quando intervistai nel maggio scorso l’autore di questa descrizione nel suo studio di coodirettore de “L’Espresso”, da dietro la sua ampia scrivania ricoperta di libri, egli aggiunse altre tonalità alla tela che aveva dipinto: “Scalfari mi ha insegnato quello che tutti gli altri grandi direttori con cui ho lavorato mi hanno insegnato. E cioè che un giornalista se vuole avere successo e far bene il proprio lavoro senza aggregarsi a nessun carro politico o economico deve prima di tutto lavorare tanto. Deve sapere tanto. Leggere molto. Deve curare la sua educazione permanente (e non come tanti miei colleghi italiani fanno non leggendo più un libro dai tempi della scuola). Non deve essere mai soddisfatto del materiale che porta a casa. Deve raccogliere cento per poter utilizzare dieci. Deve parlare con cinquanta persone invece di accontentarsi di due telefonate. Deve cercare quasi sempre di essere sul posto per vedere di persona quello che racconta. E poi deve scrivere nella maniera più semplice ricordandosi che scrivere per la storia o per la letteratura mondiale non è il suo compito. Il suo compito invece è quello di scrivere per dei lettori che il giorno dopo comprano il giornale e dopo averlo letto lo gettano per terra. Inoltre di essere onesti, di non svendere mai la propria professionalità a nessuno, nemmeno alle proprie idee. Da questo punto di vista Scalfari è stato sempre molto preciso ed ha sempre preteso tanto dai suoi giornalisti. Soprattutto da quelli che reputava essenziali al lavoro e alla vita del giornale”. Pansa ribadì con voce graffiante anche che Scalfari esigeva la dedizione completa al lavoro, cioè la fatica: “Bisognava lavorare tanto, prendere il proprio lavoro al giornale come la cosa più importante della tua vita. Prima di tutto veniva il giornale e poi l’onestà con cui bisognava farlo, l’onestà che è la vera missione del giornalista. Rispondere, dunque, solo alla propria coscienza e a nessun’altro. Essere liberi”. Piero Ottone, ex direttore del Corriere, attualmente nel cda di “Repubblica”, nel libro di ricostruzione storica del giornalismo italiano che pubblicò nel 1996 (“Preghiera o bordello- Storia del giornalismo italiano”) commenta: “E’ un personaggio sanguigno, passionale: figurarsi se poteva fare un giornale freddo, stratosferico. Scalfari sulla redazione era forte, lo stimavano ma lo temevano, non per nulla lo chiamavano “padre padrone” del giornalismo italiano”. Poi qualche pagina più avanti l’autore introduce la questione dell’etica della notizia di cui si parlava in principio: “In lui, il dilemma non si è sciolto. E’ sempre stata forte in Scalfari la natura del giornalista; non avrebbe mai rinunciato a dare una notizia, e a darla con grande rilievo, se era interessante:
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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Pugliese
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze della Comunicazione
  Relatore: nnnnnnnnnn nnnn
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 405

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