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L'accordo dell'FMI

Nel 1944, i rappresentanti di 44 paesi si incontrarono a Bretton Woods per la stesura e la firma dell’accordo del Fondo Monetario Internazionale. Ricordando i disastrosi eventi del periodo tra le due guerre, i governanti dei paesi alleati desideravano tracciare un sistema monetario internazionale che favorisse la piena occupazione e la stabilità dei prezzi (equilibrio interno), permettendo allo stesso tempo ai singoli paesi di avere un saldo di conto corrente contenuto in un certo range (equilibrio esterno) senza imporre restrizioni al commercio internazionale.
Il sistema fondato sugli accordi di Bretton Woods era un gold Exchange standard, nel quale il dollaro era la principale valuta di riserva. In pratica, entrò in vigore un sistema di cambi fissi di tutte le valute rispetto al dollaro, con il prezzo del dollaro fissato a 35 dollari per oncia. I paesi membri detenevano le loro riserve perlopiù in attività in dollari o in oro e avevano il diritto di vendere alla Federal Reserve le proprie attività in cambio di oro al prezzo stabilito.
In questo sistema la Fed aveva il compito di mantenere fisso il prezzo in dollari dell’oro mentre le altre banche centrali intervenivano nel mercato dei cambi per fissare il proprio tasso di cambio rispetto al dollaro.
Con questo sistema di cambi fissi le politiche monetarie di tutte le banche centrali dei paesi aderenti venivano frenate. Infatti, se una banca centrale diversa dalla Fed avesse perseguito un’espansione monetaria troppo forte, avrebbe perso riserve internazionali e alla fine non sarebbe stata in grado di mantenere il tasso di cambio in dollari della propria moneta. Anche la Fed era vincolata nella sua politica monetaria dall’obbligo di cambiare i dollari in oro.
Questo freno alla politica monetaria venne controbilanciato da due norme previste nell’accordo del FMI: la prima stabiliva che i membri del FMI formassero con le proprie valute e con l’oro un fondo di risorse finanziarie che il FMI poteva utilizzare per concedere prestiti ai paesi che ne avessero avuto bisogno; la seconda stabiliva che i tassi di cambio potessero essere aggiustati con il permesso del Fondo.
Questo regime di cambi fissi restò in vigore poco più di 25 anni.
Molti economisti considerano l’insieme delle politiche economiche statunitensi nel periodo 1965-1968 come uno dei maggiori errori che contribuirono a sradicare il sistema dei cambi fissi. Nel 1965, le spese militari cominciarono a crescere a seguito della decisione del presidente Johnson di aumentare il coinvolgimento statunitense nel conflitto vietnamita. Allo stesso tempo aumentarono anche altre voci della spesa pubblica, in seguito all’espansione del programma presidenziale di “Grande Società”. Questi aumenti di spesa pubblica non vennero finanziati immediatamente con aumenti delle imposte: il 1966 era un anno elettorale, e il presidente Johnson era riluttante a indurre il Congresso a un esame più attento delle sue spese chiedendo un aumento delle tasse.
Il risultato fu una politica fiscale fortemente espansiva, che contribuì all’aumento del livello dei prezzi statunitense e causò un rapido deterioramento dell’avanzo del conto corrente.
Le prime avvisaglie dei problemi futuri vennero dal mercato dell’oro di Londra. Alla fine del 1967 e all’inizio del 1968, gli speculatori privati iniziarono a comprare oro anticipando un aumento del suo prezzo in dollari. Dopo massicce vendite di oro da parte della Fed  e delle banche centrali europee, le banche centrali annunciarono la creazione di un doppio mercato dell’oro, uno privato e uno ufficiale. Gli scambi privati sarebbero continuati sul mercato di Londra, ma il prezzo prevalente su quel mercato sarebbe stato lasciato fluttuare. Al contrario, le banche centrali avrebbero continuato le proprie transizioni sul mercato ufficiale, al prezzo di 35 dollari l’oncia.
L’economia statunitense entrò in recessione nel 1970; al crescere della disoccupazione, i mercati si convinsero sempre più che il dollaro avrebbe dovuto essere svalutato rispetto a tutte le principali valute europee. La svalutazione non era una questione facile per gli Stati Uniti in quanto per poterla attuare era necessaria l’autorizzazione di tutti gli altri paesi.
Il presidente Nixon forzò la decisione nel 1971. Per prima cosa fermò il deflusso di oro, annunciando che gli Stati Uniti non avrebbero più venduto automaticamente oro alle banche centrali in cambio di dollari. In secondo luogo, il presidente annunciò l’imposizione di una tariffa del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti, che sarebbe stata mantenuta fino a che tutti i partner commerciali del paese non avessero accettato di rivalutare la propria valuta rispetto al dollaro.
Nel dicembre dello stesso anno venne trovato un accordo: il dollaro si svalutò dell’otto per cento, la tariffa sulle importazioni venne rimossa e il prezzo dell’oro fu fissato a 38 dollari per oncia.
All’inizio del febbraio 1973, iniziarono altri massicci attacchi speculativi contro il dollaro, e il mercato dei cambi venne chiuso in attesa che gli Stati Uniti e i principali partner commerciali negoziassero ulteriori misure di sostegno al dollaro. Un’ulteriore svalutazione del 10% del dollaro venne annunciata il 12 febbraio, ma le speculazioni ripresero non appena le autorità riaprirono i mercati dei cambi. Dopo che le banche centrali europee acquisirono 3,6 miliardi di dollari il primo marzo per evitare l’apprezzamento delle proprie monete, i mercati vennero di nuovo chiusi.
Quando i mercati riaprirono il 19 marzo, le valute del Giappone e della maggior parte dei paesi europei fluttuavano rispetto al dollaro. La fluttuazione dei tassi di cambio dei paesi industrializzati fu vista all’epoca come una risposta temporanea a movimenti speculativi di capitale ingestibili. Ma l’accordo temporaneo del marzo 1973 risultò permanente e segnò la fine dei tassi di cambio fissi e l’inizio di un nuovo periodo turbolento nelle relazioni monetarie internazionali.
Tratto da BRETTON WOODS di Fabio Muzzolu
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