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L’impronta del reale

“Lo scopo della cinematografia, arte del reale, è di trascrivere il più fedelmente, il più autenticamente possibile, senza trasposizione, né stilizzazione, e con l’esattezza che è propria dei suoi mezzi specifici, un data verità fenomenica.” Marcel L’Herbier

Inizio anni Cinquanta: con un gesto di rottura radicale nei confronti di una tradizione estetica tendente a riconoscere l’apporto creativo dell’autore – regista proprio nello scarto fra il mondo fenomenico e la rappresentazione cinematografica, André Bazin distingueva i cineasti che credono nell’immagine (tutto ciò che alla cosa rappresentata può aggiungere la sua rappresentazione sullo schermo) e quelli che credono invece nella realtà (l’immagine conta prima di tutto non per ciò che essa aggiunge alla realtà, ma per ciò che ne rivela), schierandosi nettamente dalla parte dei secondi.
Emergono nel dibattito teorico del periodo del muto e dei primi due decenni del sonoro numerose riflessioni che attribuiscono un peso innegabile all’apporto della realtà impressionata.
Piuttosto che dare luogo a due schieramenti contrapposti, l’opposizione fra realismo e espressività (o formalismo) si configura come una contraddizione interna alla teorizzazione sul cinema nel suo complesso.
Non sorprende che i primi teorici si preoccupino innanzitutto di esorcizzare il fantasma pirandelliano di un occhio meccanico privo di soggetto, sguardo neutro di cosa sulle cose (artista - creatore), sarà soltanto nel corso del dibattito del secondo dopoguerra che lo statuto riproduttivo dell’immagine cinematografica verrà indicato come un suo punto di forza e non più come un limite estetico (cinema di vocazione realista).
di Laura Righi

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