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Sentenza 8827/2003 della Corte di Cassazione

L’art. 29 cost. riconosce i “diritti di famiglia” non già intesi come estrinsecazione della persona nell’ambito esclusivo del nucleo familiare, ma nel senso più ampio di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto di parentela ispira, generando si bisogni e doveri ma dando luogo anche a gratificazioni, affrancazioni e significati.
Conseguentemente, quando il fatto lesivo ha alterato profondamente questo assetto determinando una riduzione se non un annullamento delle positività che dal rapporto familiare derivano, il danno non patrimoniale consistente nello sconvolgimento delle abitudini di vita in relazione all’esigenza di provvedere perennemente ai nient’affatto ordinari bisogni del figlio deve trovare ristoro nell’ambito della tutela prestata dall’art. 2059 c.c. in caso di lesioni di un interesse costituzionalmente protetto (nel caso di specie, i genitori di un neonato in proprio e in rappresentanza del figlio affetto la grave invalidità causata da un errore medico avevano agito nei confronti dell’ospedale e dei medici).
Il danno non patrimoniale la perdita del rapporto parentale, in quanto ontologicamente diverso dal danno morale soggettivo contingente (art. 185 c.p.), può essere riconosciuto a favore dei congiunti unitamente a quest’ultimo, senza che possono ravvisarsi una duplicazione del risarcimento.
Nel caso di attribuzione congiunta del danno morale soggettivo e del danno la perdita del rapporto parentale, il giudice del merito deve considerare, nel liquidare il primo, la più limitata funzione di ristoro della sofferenza contingente che gli va riconosciuta, poiché, diversamente, sarebbe concreto il rischio di duplicazione del risarcimento.
In altri termini, il giudice deve assicurare che sia raggiunto un giusto equilibrio tra le varie voci che concorrono a determinare il complessivo risarcimento.
La valutazione equitativa di tutti i danni non patrimoniali può anche essere unica, senza una distinzione (bensì opportuna, ma non sempre indispensabile) tra quanto va riconosciuto a titolo di danno morale soggettivo e quanto a titolo di ristoro dei pregiudizi ulteriori e diversi dalla mera sofferenza psichica, ovvero quanto deve essere liquidato a titolo di risarcimento del danno biologico in senso stretto e quanto per il ristoro dei pregiudizi per lesione dei diritti inviolabili dell’uomo.
“Deve senz’altro escludersi che la Corte d’appello sia incorsa in una duplicazione risarcitoria delle stesse conseguenze pregiudizievoli, avendo avuto cura di chiarire puntualmente che la liquidazione è stata riferita sia alla sofferenza acuta, ma ristretta esclusivamente al campo interiore, sia alla frustrata aspettativa dei genitori a una normale vita familiare dedita all’allevamento della prole, ad una normale conduzione di vita, ad una serena vecchiaia; sicché al danno morale per il nefasto evento in sé considerato si è aggiunto quello consistente del più totale sconvolgimento della loro abitudini e delle normali aspettative, unitamente all’esigenza di provvedere perennemente alle esigenze del figlio ridotto in condizioni pressoché esclusivamente vegetative. Per quanto, dunque, la motivazione della sentenza va corretta nella parte in cui la Corte d’appello ha ritenuto di poter alternativamente ricomprendere i predetti pregiudizi nell’ambito del danno biologico, che non è invece configurabile se manchi una lesione dell’integrità psicofisica secondo i canoni fissati dalla scienza medica, ovvero nel danno morale soggettivo, il cui ambito resta quello proprio della mera sofferenza psichica e deve anzi a questa essere esclusivamente ricondotto, ha tuttavia adottato una soluzione conforme a diritto laddove, in presenza della lesione di un interesse costituzionalmente protetto, al liquidato l’intero danno non patrimoniale anche in riferimento al pregiudizio ulteriore consistente nella permanente privazione della reciprocità affettiva propria del più stretto tra i rapporti parentali”.
di Stefano Civitelli

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