Skip to content

La teoria comportamentistica o dei limiti sociali alla massimizzazione del profitto


La vita dell’impresa è contrassegnata da situazioni potenziali di conflitto d’interesse, contrapposizioni che possono prodursi nei confronti di forze esterne o tra gruppi interni. Rispetto all’esterno il conflitto può riguardare, ad esempio, le politiche concorrenziali nei confronti degli altri produttori, il prezzo e le modalità di vendite nei rapporti con i clienti. Per quanto attiene ai conflitti interni, possono essere generati dalle modalità di distribuzione dei ricavi fra le categorie sociali.
Nel caso in cui non si riescono a stabilire legami durevoli di collaborazione, i conflitti esterni sono risolvibili sulla base del rapporto di forza esistente tra l’impresa e le altre organizzazioni economico-sociali con cui entra in contatto. Nel caso dei conflitti interni, invece, le possibilità di manovra dell’imprenditore risultano inferiori, nonostante egli, almeno in teoria, abbia il potere di risolvere il conflitto escludendo l’opponente dall’organizzazione (si pensi ai conflitti di lavoro).
I gruppi sociali in relazione diretta con l’impresa sono: consumatori, concorrenti, forze di lavoro occupate nell’impresa, fornitori di beni e di servizi, finanziatori, distributori commerciali, organi della pubblica amministrazione, conferenti il capitale di proprietà dell’azienda. In situazioni particolari alcuni di questi gruppi possono non essere presenti (ad esempio i concorrenti in un monopolio).

L’imprenditore tenta di massimizzare il risultato economico della gestione: per far ciò può cercare di ampliare i ricavi (segmento AB) e/o di ridurre i costi (segmento CD), per far crescere il segmento DE (profitto). Se l’imprenditore vuole aumentare i ricavi, deve tentare di influire su due variabili: il prezzo e la quantità dei beni venduti. Ma i compratori si oppongono a un rialzo del prezzo.
D’altra parte, percorrendo la strada dell’incremento delle quantità da far assorbire sul mercato, se ipotizziamo una stazionarietà della domanda globale, tale tentativo susciterà le reazioni della concorrenza, alla quale si mirerà in sostanza a sottrarre degli affari.
Volendo operare sui costi, vi sono due vie: l’abbassamento del costo unitario e l’impiego di una minore quantità di risorse. Nel primo caso, si tratta di ridurre le remunerazioni del lavoro, i prezzi pagati ai fornitori ma nessuna variazione è possibile per le aliquote impositive fissate dalle autorità. Nel secondo caso, si può incidere sui costi di lavoro, di approvvigionamento, di finanziamento ma non sugli altri: la riduzione delle quantità di prodotti trasferiti ai distributori si ripercuote sui ricavi, mentre per gli oneri fiscali la riduzione della quantità configura un comportamento illecito.

Tra le voci dello schema precedente vi sono anche i costi organizzativi e di ricerca e sviluppo. I primi riguardano la progettazione e il controllo delle strutture, i secondi sono relativi all’individuazione di nuove opportunità tecnologiche o di mercato. Tali voci sono costi sganciati da uno specifico gruppo sociale e, in quanto tali, non facilmente comprimibili dall’impresa.
Inoltre, essendo fattori di economicità e maggior ricavo per l’impresa, queste voci non sono comprimibili se non a detrimento della produttività e della redditività aziendale di lungo periodo. Sebbene per essi le possibilità di manovra dell’imprenditore appaiono limitate, spesso in realtà nei periodi di crisi sono gli unici costi ad essere tagliati, in quanto ritenuti non strettamente necessari.
L’espansione del volume di attività è la via obbligata per un recupero di maggiori costi dovuti all’accresciuta incidenza di singole voci di spese. Un’alterazione dell’equilibrio strutturale tra costi e ricavi può infatti essere più facilmente assorbita con un riadeguamento dei ricavi.

Possiamo concludere che: a) l’equilibrio tra costi e ricavi aziendali è difficilmente modificabile in assenza di innovazioni nella gestione; b) le innovazioni nell’organizzazione e nel mercato richiedono il sostenimento di costi; c) il profitto è una quantità residuale che risente delle crisi.
Il reddito è dunque un risultato che deriva da accordi di cooperazione o dalla composizione di conflitti interni ed esterni e che la sua natura non è mai liberamente determinabile dall’imprenditore. Il fine del massimo profitto diviene, così, il fine del massimo profitto condizionato.
Tratto da GESTIONE DELL’IMPRESA di Domenico Valenza
Valuta questi appunti:

Continua a leggere:

Dettagli appunto:

  • Autore: Domenico Valenza
  • Università: Università degli Studi di Catania
  • Titolo del libro: Economia e Gestione dell’Impresa
  • Autore del libro: S. Sciarelli
  • Editore: Cedam, Padova
  • Anno pubblicazione: 1997

Altri appunti correlati:

Per approfondire questo argomento, consulta le Tesi:

Puoi scaricare gratuitamente questo appunto in versione integrale.