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Dall'area metropolitana alla città metropolitana - Catania-

 Nel 1986 la Regione Siciliana, volendo tentare un rilancio delle maggiori aree urbanizzate dell'isola, ritenne indispensabile razionalizzare la gestione del loro sviluppo un chiave metropolitana. Si istituì così tramite una legge regionale la cosiddetta Area Metropolitana (AM) Catanese con l'obiettivo di pianificare a livello sovracomunale settori essenziali per lo sviluppo di una AM moderna, fatta di mobilità, viabilità e trasporti soddisfacenti, di edilizia pubblica residenziale, di opere intercomunali e di piani commerciali. L'AM prevedeva oltre alla città di CT altri 27 comuni divisibili storicamente in tre macro aree:
- I casali catanesi, sottoposti fino al 1600 all'autorità del Senato di CT: San Gregorio, Gravina, Tremestieri ecc...
- Le terre appartenute all'autorità amministrativa di Acireale: tutte le Aci, Valverde, ecc... 3. I centri delle pendici meridionali dell'Etna compresi o confinanti con l'antica contea della
famiglia Moncada e soggetti all'Arcidiocesi di CT: Belpasso, Paternò, Ragalna ecc...
Il desiderio di creare una moderna AM nel catanese derivava dalla preoccupazione regionale per la crescita di un'area particolarmente contraddittoria:
- Un consistente processo di decentramento demografico dal nucleo urbano centrale non supportato da un consistente decentramento delle funzioni e delle attività.
- Un processo di sostituzione nel capoluogo delle funzioni di livello medio con funzioni di livello superiore ancora lento.
- Una debole coesione in termini di interrelazioni economiche, sociali e funzionali tra le varie città, legate spesso da sistemi rigidi e gerarchici.
Ma l'attribuzione a Catania del governo dell'AM fu come spesso accade una operazione imposta dall'alto e pilotata dall'esterno, senza alcuna partecipazione da parte dei comuni interessati. Le ambiguità della legge scatenarono poi un clima di incertezza e conflittualità tra i comuni e l'attivazione di una AM etnea naufragò.
Nel frattempo nel 2001 era stata varata la modifica del Titolo V, Parte II della Costituzione Italiana, in senso più attento alla valorizzazione delle autonomie locali e dunque più attento non alla AM ma alla Città Metropolitana (CM). La Regione Siciliana, presa in contropiede e incapace di fornire risposte risolutive non trovò di meglio da fare che varare il PIT – Progetto Integrato Territoriale intitolato Catania città metropolitana. Questo PIT coinvolgeva oltre CT, otto comuni adiacenti (Battiati, San G. La Punta, Misterbianco ecc...) per una popolazione complessiva di 500. 000 abitanti. Il PIT prevede delle azioni intersettoriali che hanno come obiettivo uno sviluppo sociale, economico e culturale della CM in senso unitario, cercando la partecipazione degli Enti Pubblici, delle forze sociali e imprenditoriali. Anche in questo caso naturalmente il progetto è fallito miseramente, incapace di saldare antiche fratture e pareggiare vecchi squilibri tra le città, oltre all'incapacità dell'amministrazione pubblica di realizzare tutti quei progetti strategici (aeroporti e interporti, metropolitana, viabilità costiera ecc...) necessari al rilancio della CM.
È inoltre immutata la feroce polarizzazione verso il capoluogo a fronte di un decentramento urbano che è solo residenziale e non produttivo. Se è vero che alcune città hanno dato dimostrazione di rilancio (Zafferana, Paternò, Trecastagni) con lo sviluppo di attività produttive e manifatturiere piccole e medie, la strada è tutta in salita.

di Gherardo Fabretti
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