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Il montaggio fuori dall’URSS: Balàzs e Arnheim

Inizio anni Trenta. Entrambi Balàzs e Arnheim prendono le distanze dagli eccessi della scuola sovietica.

Balàzs. Il montaggio è il respiro vivente del film e tutto dipende da esso. Egli però attribuisce pari importanza all’inquadratura ed in particolare al primo piano, che a suo avviso costituisce il mezzo tecnico per rivelare il volto finora invisibile dell’uomo e delle cose. Sottolinea l’importanza del montaggio per l’articolazione temporale del film e ne considera i possibili effetti (associazioni, similitudini). Mette in luce le contraddizioni di fondo del montaggio intellettuale di Ejzenstejn.

Arnheim. Come Balàzs, sottolinea l’importanza della singola inquadratura, che a suo avviso non è affatto riducibile a una semplice riproduzione della realtà naturale, ma al tempo stesso riconosce la centralità del montaggio nel processo di elaborazione estetica del materiale girato. Giudica insufficiente la classificazione dei tipi di montaggio di Pudovkin e ne propone una propria. Sottolinea poi l’esistenza di un tipo di montaggio totalmente impercettibile . Il principio stesso su cui si fonda l’illusione filmica può già essere descritto in termini di montaggio, dal momento che facendo scorrere rapidamente davanti allo spettatore una successione di singole immagini fisse, raffiguranti le diverse fasi di un azione, si ottiene l’impressione del movimento.
Entrambi, parlando di “montaggio senza taglio” e di “montaggio impercettibile”, pongono l’accento sull’esistenza di un tipo di decoupage che, invece di esibire lo scarto fra le singole inquadrature, mira al contrario a dissimulare o ad abolire di tutto ogni forma di discontinuità percettiva.
di Laura Righi

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