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Processo Parmalat

E’ tutta una storia di intrecci fra politica e azienda, fra politici ed industriali.
Il risultato fu un buco da 14 miliardi di euro e 135.000 risparmiatori, prevalentemente obbligazionisti italiani ed esteri (tramite fondi di investimento e fondi pensione) che si ritrovarono con nulla in mano.
L’impresa non è tuttavia fallita grazie al decreto “salva impresa”, e ora sta risalendo la china.
Ogni volta che un’impresa rischia il fallimento, senza l’aiuto del politico l’impresa scoppierebbe molto prima.
Numerosi erano i “contributi” che Tanzi tramite la Parmalat elargiva a politici e uomini di spicco: erano “soldi buttati via” che servivano ad ottenere eventuali favori in un domani.
Venivano viste come attività di sponsorizzazione volte a non inimicarsi nessuno: era stata progettata una vera e propria rete in grado di finanziare tutti, ma facendo in modo che nessuno sapesse degli altri. Era visto come un “meccanismo di sponsorizzazioni”.
E’ inoltre significativo il fatto che in vent’anni di operato, il management della Parmalat non fosse mai stato soggetto a modifiche; erano sempre le stesse persone a capo degli incarichi più importanti, e tutte dei dintorni di Parma e Collecchio, segno di un ambiente in cui vi erano segreti che dovevano essere il meno possibile condivisi con terzi.
I veri problemi iniziarono con la decisione di allargarsi nel ramo del turismo, con la Parmatour; l’abilità degli uomini di fiducia di Tanzi fece sì che le perdite del settore turistico venissero trasformate in crediti fasulli.
Inoltre veniva abilmente gonfiato il fatturato con false fatture e falsi contratti, tali da far arrivare il fatturato della Parmalat fino a 4 miliardi; nonostante questo risultato fittizio, la società continuava a richiedere denaro alle banche, che vedevano nella società una gallina dalle uova d’oro, e alla quale concedevano finanziamenti senza particolari richieste di garanzie.
Vi deve essere l’INDIPENDENZA ASSOLUTA del revisore; questi deve essere preservato da qualunque possibile conflitto di interessi.
Ciò ora è più garantito rispetto al passato; infatti, fino a pochi anni fa, il revisore era soggetto ad una carica che si vedeva rinnovata ogni 3 anni, fino a decorrenza del nono; successivamente il revisore poteva essere nuovamente riconfermato, oppure sostituito, provocando così un forte rischio di sudditanza, di influenza nelle sue attività, per non rischiare di “essere lasciato a casa”.
Ora invece avviene una sola nomina, della durata di nove anni, terminati i quali la società di revisione deve essere automaticamente sostituita da un’altra; il compenso viene determinato al primo anno di carica, e successivamente adeguato attenendosi ai dati ISTAT sull’andamento dell’inflazione.
Il revisore deve quindi poter operare in indipendenza e buona fede.
Per cercare di far sì che il revisore operi in buona fede, da ora la responsabilità non sarà solo più di chi appone la firma alla relazione sulla revisione, ma anche di tutti quelli che hanno collaborato con il revisore legale: sono previsti 9 anni per chi ha messo la firma, e 3-4 per tutti gli altri responsabili.

Finanziare per mantenere buoni rapporti con tutti.
Negli ultimi mesi hanno cercato di salvare quello che era salvabile, perché sentivano il crack avvicinarsi e avevano paura di perdere tutto.
Fra i 50 e i 65 miliardi di dollari di truffa.
La truffa si è sviluppata in tutto il Mondo, ma il centro era New York, e sfruttava il cosiddetto “schema di Ponzi”.
Se una cosa è troppo bella per essere vera, probabilmente lo è.
Il guadagno era sempre circa pari all’1 % mensile, anche in periodi di crisi; garantiva guadagni sicuri, a tassi più alti di quelli che potevano garantire le banche, e i soldi erano sempre accessibili.
Tutti vogliono qualcosa in cambio di niente, e tu gli darai niente in cambio di qualcosa.
Faceva sentire i clienti come parte di qualcosa di speciale, con fantasmagorici guadagni e pochi rischi.
Il caso Madoff rappresenta l'ennesimo caso in cui le autorità di controllo hanno completamente fallito nella loro funzione. La SEC ha nel corso degli anni effettuato diverse verifiche, già a partire dal 1992, presso la Bernard Madoff Investement Securities senza rilevare gravi violazioni. Addirittura nel dicembre del 2008 era stato segnalato che nonostante Madoff gestisse circa 17 miliardi di dollari per conto dei suoi clienti solamente 1 miliardo era investito in azioni.
Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da attività produttive o finanziarie. Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse. La diffusione della truffa spesso diventa di tale portata da renderla palese, portando alla sua interruzione da parte delle autorità.
Anche Unicredit Banca d’Austria ha perso 3 miliardi di euro nell’investimento in fondi Madoff.
Anche in questo caso le società di revisione che avrebbero dovuto controllare, non l’hanno fatto; ciò nonostante la società di revisione non è stata cancellata come invece era successo per lo scandalo Enron, per il fatto che già le società di revisione sono poche, e allora si rischierebbe di alimentare l’oligopolio.
La finanza americana è la più spregiudicata, e la crisi economica globale è iniziata proprio negli USA nell’agosto del 2007.
Il grosso problema è la mancanza di regole: una volta c’erano, poi col passare degli anni sono venute meno.
Il Paese che avesse ancora delle regole, è comunque facilmente aggirabile: una banca in un Paese con regole ha comunque sicuramente delle filiali in Paesi con meno regole (paradisi fiscali) o dove addirittura scompaiono.
Viene meno la cultura del controllo.
di Andrea Balla
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