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Suono e montaggio secondo Ejzenstejn: il montaggio verticale

Le cinque tappe dell’itinerario teorico di Ejzenstejn sono:
1923-24: montaggio delle attrazioni;
1928-29: montaggio intellettuale;
1932-35: monologo interiore;
1937-40: montaggio verticale;
1945-48: organicità e patos;

L’autore affronta il problema del suono nel cinema muto. Menziona come sua prima esperienza sonora “Sciopero”, che tentava di rappresentare in termini visivi il suono di una fisarmonica.
Il cinema non deve accontentarsi di ottenere una rappresentazione conforme ai dati dell’esperienza reale, ma deve sforzarsi di organizzarli in una forma che manifesti l’essenza psicologica o drammatica del fenomeno rappresentato, il suo senso generale, sottraendolo al particolare e al contingente. La rivelazione del mondo reale attraverso l’apparecchio cinematografico non è sufficiente.
Il regista distingue i tre diversi momenti nei quali si articola l’elaborazione del materiale cinematografico (tre fasi del cinema):
1. situazione di per sé patetica dal punto di vista del contenuto (il cinema delle origini o ”cinema della ripresa da un unico punto”),
2. la poesia, la sua prima elaborazione patetica con i mezzi della composizione (“cinema della ripresa da punti che si succedono”),
3. la trasposizione in musica (cinema sonoro).
Montaggio verticale = ovvero il montaggio del cinema sonoro. Pur non cambiando il principio del pensiero di montaggio, per il cinema sonoro sotto molti aspetti appare più caratterizzante proprio questa forma di realizzazione: il flusso ininterrotto di entrambe le voci, quella visiva e quella sonora, il cui legame di montaggio si risolve verticalmente in modo prevalentemente armonico.
Secondo E. l’avvento del sonoro ha determinato inevitabilmente una trasformazione radicale degli stessi principi su cui si fondava il montaggio lineare.
di Laura Righi

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