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Il ruolo del sistema monetario europeo


Il processo di integrazione europea ha raggiunto uno stadio piuttosto avanzato grazie all'adozione di una moneta unica nell'area dei dodici paesi dell'UE che hanno preso parte alla terza fase dell'UNIONE MONETARIA.
L'obiettivo principale della Comunita Economica Europea (CEE) consisteva nell'eliminazione di ogni ostacolo alla libera circolazione dei prodotti industriali ed agricoli, dei servizi, delle persone e dei capitali e quindi nella creazione di un'unione doganale con tariffa esterna comune. Vengono previsti anche interventi di natura “positiva” come l'istituzione della Banca Europea degli Investimenti, il Fondo Sociale Europeo e la Politica Agricola comune.
Il periodo transitorio di 12 mesi previsto dal Trattato istitutivo della Comunità per l'implementazione del mercato comune va a coincidere con l'ultima fase del miracolo postbellico, la cosiddetta Golden Age. Vale a dire con un periodo di ampia e regolare crescita economica, con livelli di occupazione mai riscontrati in precedenza.
Nelle successive fasi del processo di integrazione emerge con chiarezza la necessità di un coordinamento delle politiche economiche e monetarie nazionali.
Il bisogno di rafforzare il processo di integrazione trova riscontro nel c.d. Rapporto Werner, che progetta la creazione di un'Unione economica e monetaria (UME) in base ad un programma che conteneva in embrione gran parte delle caratteristiche della più moderna UME.
Gli shock petroliferi colpiscono duramente le economie dei paesi comunitari e mettono in crisi tutte le iniziative tendenti a rafforzare i principi di collaborazione e di integrazione economica. Gli anni 80 vedono invece la Comunità compiere passi nella direzione dell'implementazione del mercato unico, assumendo le sembianze di un'area commerciale integrata dove resta da realizzare il coordinamento delle scelte macroeconomiche compiute dai paesi membri.
Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, il passaggio ai cambi flessibili non risolve il problema dell'indipendenza macroeconomica nei confronti del vincolo esterno e quello della stabilità all'interno delle relazioni monetarie internazionali.
Un'altro aspetto che emerge dalla fluttuazione dei tassi di cambio riguarda l'allargmaneto del divario economico tra i paesi deficitari ed i paesi eccedenti. Soprattutto in base all'esperienza di alcuni paesi europei, era possibile individuare una sorta di “circolo vizioso” per l'economia a moneta debole (es l'Italia) ed un circolo “virtuoso” per quelle a moneta forte (ed Germania).
Per il primo processo, la tesi poggia sull'assunto che si verifichino pressioni inflazionistiche a seguito del deprezzamento del tasso di cambio; ciò induce il paese a ricorrere ad una ulteriore svalutazione, che a sua volta provoca un incremento del livello generale dei prezzi, una nuova erosione della moneta e cosi via.
Per il paese in surplus, l'andamento è opposto. All'apprezzamento del cambio segue una riduzione dell'inflazione, che contribuisce ad accrescere l'avanzo della bilancia dei pagamenti e quindi a favorire il circolo “virtuoso” tramite l'aumento del valore esterno della moneta. Mentre l'Italia e la Gran Bretagna sperimentano nel corso degli anni settanta svalutazioni ripetute delle proprie monete e tassi di inflazione superiori al 20%, viceversa la Germania e la Svizzera mostrano una significativa stabilità del livello generale dei prezzi interni e le loro monete un andamento di progressiva e consistente rivalutazione.
La sorte del “serpente monetario” che doveva dare luogo ad un sistema di fluttuazione congiunta tra le monete europee, costituisce un significativo esempio di fallimento. Costruito con l'obiettivo di creare una zona di stabilità monetaria a livello regionale, con margini consentiti di oscillazione non superiori all'1,125 % risp al tasso centrale del dollaro e con uno scarto massimo istantaneo fra le 2 monete comunitarie del 2,25%, esso ben presto si trasforma in una zona valutaria dominata dal marco tedesco, visto che oltre alla Germania, solo la Danimarca, l'Olanda, il Belgio e il Lussemburgo sono in grado di rimanere stabilmente all'interno del sistema fino al 1977,
Dapprima la GB, poi l'Italia, la Francia e la Svezia, decidono di uscire dal “serpente”, il che significa che tutti i più importanti paesi, ad eccezione della Germania, preferiscono mantenere una condotta di sostanziale autonomia in materia di politica monetaria e fiscale, al fine di privilegiare gli obiettivi economici interi rispetto ai rigidi vincoli di cambio stabiliti in sede comunitaria.
Tratto da POLITICA ECONOMICA di Alessandro Remigio
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