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Il Patto di stabilità e crescita


Nel corso di questi ultimi anni sono emersi 2 elementi di riflessione: una crescita ai limiti della recessione dell'economia europea e l'esigenza di una revisione del Patto di stabilità.
Dopo il grande sviluppo degli anni 60 e 70, a partire dagli anni 90 l'Europa conosce un periodo di lento sviluppo che raggiunge il suo picco negativo all'indomani del 2000.
Ai successi della prima fase hanno contribuito fattori alquanto noti: liberalizzazione del commercio, elevati investimenti, politiche keynesiane di sostegno della domanda aggragata, con una spesa pubblica che aumentava tra i primi anni 60 e i primi anni 90 oltre 20 punti, sino a superare il 50% del PIL.
Il Patto di stabilità e crescita costituisce la risposta + puntuale alla disciplina di bilancio dei paesi membri. Il Patto adottato dal Consiglio Europeo di Amsterdam nel giugno del 1997, ritiene che il saldo del bilancio pubblico dovrebbe essere normalmente chiuso in pareggio o in surplus, anche se viene stabilito un tetto massimo, in caso di deficit, pari al 3%. Il suo superamento è possibile solo in presenza di una caduta del PIL di almeno il 2%, mentre se la flessione oscilla tra lo 0,75% e il 2% occorre dimostrare l'esistenza delle cause eccezionali che hanno determinato lo stato di recessione. Il superamento del limite è sottoposto a condizioni particolarmente rigide quali: a) l'eccezzionalità; b) transitorietà:il deficit può rimanere al di sopra del 3% del pil solo per un limitato periodo di tempo; c) prossimità: il deficit deve rimanere vicino al valore di riferimento.
Il fatto di non poter passare il tetto del 3% e di perseguire l'obiettivo del bilancio in pareggio o in avanzo ha importanti implicazioni sia nel breve periodo che nel lungo periodo, per quanto riguarda rispettivamente la stabilizzazione del ciclo economico e la sostenibilità delle finanze pubbliche.
Il mantenimento dei requisiti richiesti permetterebbe da un lato agli stabilizzatori automatici di agire liberamente verso l'alto o verso il basso nelle fasi cicliche dell'economia e dall'altro a dare credibilità all'azione di politica economica dell'Unione.
Si rilevano due ordini di problemi. Il primo fa riferimento allo shock asimmetrico dove sarà difficile per la politica di bilancio fronteggiare lo squilibrio a seguito dell'assenza di meccanismi di redistribuzione del reddito nei paesi membri.
Il secondo problema è che il Patto serve a spostare l'attenzione dai più seri problemi strutturali dell'Europa, quali l'alta e persistente disoccupazione e l'esigenza di riformare il meccanismo delle pensioni.
L'argomento a favore del Patto di stabilità è che esso soddisfa alcune importanti condizioni.
La prima verte sulla capacità di contenere e di attenuare il comportamento dei paesi verso eccessivi deficit di bilancio. Il Pato è stato lo strumento per far cessare politiche dissennate dei conti pubblici, tenuto conto che non c'è crescita senza stabilità. Il rischio è che la politica disinvolta di un paese possa condurre ad un aumento dei tassi di interesse in tutta l'area dell'euro.
La seconda considerazione riflette le implicazioni positive che la disciplina fiscale esercita sulla domanda globale. Se in contenimento della spesa pubblica viene percepito dai privati come permanente, allora si possono produrre effetti espansivi sul consumo, la cui variazione positiva sposta verso l'alto la domanda, compensando in tal modo le conseguenze depressive provocate dalla minor spesa pubblica.
La terza include vantaggi relativi al consolidamento del processo di integrazione europea ed alla capacità di indirizzare la politica fiscale, una volta raggiunto il pareggio, verso azioni mirate volte a massimizzare il tasso di efficienza dell'economia.
Il Patto di stabilità, con il suo obiettivo di pareggio di bilancio e di progressiva riduzione dell'indebitamento pubblico, consente di liberare risorse per fronteggiare eventi futuri come nel caso dell'invecchiamento della popolazione o per aumentare il livello dell'occupazione riducendo la quota fiscale che grava sul salario.
Sino ad ora, il Patto ha funzionato più come fattore di stabilità che come fattore di crescita; vi è perciò l'esigenza di ripensare le regole e di rivisitare il Patto per conferigli maggiore stabilità ai fini della competitività e dello sviluppo dell'economia europea. Al riguardo le proposte non mancano. La prima pone l'accento sulla c.d. Golden rule, in base alla quale le entrate e le uscite correnti dovrebbero essere in pareggio, ma è giustificabile finanziare con il deficit gli investimenti pubblici. L'obiettivo è quello di garantire la crescita che viceversa sarebbe penalizzata dai criteri troppo restrittivi fissati dal Patto.
Una seconda proposta prevede la regola del “saldo strutturale” anziché quella del saldo globale totale, vale a dire misurare il deficit tenendo conto degli effetti del ciclo economico.
za proposta richiama l'attenzione sulla differenziazione dei vincoli a seconda dell'identità debito-Pil. Questo criterio richiederebbe sforzi maggiori per i paesi il cui rapporto si discosta maggiormente dai parametri di riferimento, mentre conferirebbe maggiore flessibilità ai paesi con basso debito, i quali potrebbero avvicinarsi all'obiettivo di pareggio di bilancio con maggiore gradualità.
Dalle considerazioni formulate emergono 2 aspetti importanti. Il primo aspetto è che il Patto in futuro dovrà contenere maggiori elementi di flessibilità, in un quadro di stabilità e senza il pericolo di minare la credibilità dell'euro nei mercati finanziari. La richiesta di maggiore flessibilità è legata al bisogno di accelerare la crescita economica, fondamentale non solo per preservare il modello di coesione sociale, ma anche per garantire il buon esito del processo di allargamento ai nuovi paesi membri.
Il secondo aspetto è che la costruzione dell'Unione monetaria deve necessariamente fare affidamento su un maggiore coordinamento delle politiche fiscali, al di là dei limiti imposti sui deficit pubblici nazionali.
Tratto da POLITICA ECONOMICA di Alessandro Remigio
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