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Teorie della produzione Usa: Lindsay, Munsterberg e Freeburg

La teoria dei “fattori differenzianti” = quella concezione estetica, diffusissima durante tutto i periodo classico, secondo cui sarebbero proprio le caratteristiche che rendono il film una copia lacunosa e infedele del mondo a fare di esso un’opera d’arte originale.

Freeburg. È un errore diffuso quello di giudicare il film con i criteri del teatro e quindi condannarlo. I limiti del cinema non sono difetti.

Munsterberg. Si sofferma sul problema della parola nel film muto. Condanna le didascalie nei film muti. Egli considera il cinema un arte essenzialmente visiva e condanna in generale la presenza della parola scritta. Condanna anche il ricorso a effetti sonori e al dialogo registrato sincronizzato con l’immagine. “I limiti di un arte sono in realtà anche la sua forza e oltrepassarli significa indebolirla”. Al contrario ritiene positivo l’accompagnamento musicale dal vivo ma si chiede se sia funzionale agli scopi del film il colore.

Arnheim. Due principi: convinzione che una forma d’arte originale e matura debba servirsi di un solo mezzo espressivo, di un unico canale sensoriale (immagine in movimento) e idea complementare che essa debba operare necessariamente una sintesi, una semplificazione rispetto ai dati molteplici ed eterogenei dell’esperienza percettiva reale. I fattori differenzianti che distinguono la rappresentazione cinematografica dal mondo reale: bidimensionalità, riduzione della profondità, assenza di colore, delimitazione dell’immagine attraverso i bordi, frammentazione della realtà, assenza di altri stimoli percettivi. L’autore di un film può utilizzare artisticamente ognuno dei fattori differenzianti.
Tynjanov (formalista russo che ripropone la teoria dei fattori differenziati). “Ogni arte tende all’astrazione dei suoi mezzi”. Vede la mancanza di suono, colore e rilievo come mezzi artistici e rifiuta le tecnologie di potenziamento del cinema.

di Laura Righi

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