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Tesi di Laurea
Strategie e performance delle compagnie aeree low cost. I casi Ryanair, Easyjet e Virgin Express.
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Tesi di Stefano Colapaoli
La tesi si compone di 357 pagine
Consultazione integrale
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Anno: Università: Relatore:
2003-04 Università degli Studi di Roma Tor Vergata Francesco Ranalli
Area: Facoltà: Corso:
Economia Economia Aziendale
Abstract:
Le difficoltà della congiuntura internazionale, gli attacchi terroristici dell’11 Settembre negli Stati Uniti, le Guerre in Afghanistan e in Iraq hanno avuto un negativo impatto sul mercato del trasporto aereo passeggeri. Gli ultimi quattro anni sono stati disastrosi per le compagnie aeree, il traffico è calato drasticamente e solo ora, salvo nuovi episodi destabilizzanti, si sta risollevando. Ci sono stati fallimenti che hanno coinvolto vettori storici come Sabena e Swissair, in Europa, Continental Airlines e United Airlines, negli USA, e molti altri carrier si trovano in situazioni poco invidiabili. Probabilmente tali eventi internazionali hanno semplicemente fatto da catalizzatori, hanno solo accelerato situazioni che già prima non erano rosee, hanno aiutato il mercato a fare una drastica selezione fra le compagnie aeree. Forse per loro incapacità, forse perché già in difficoltà o forse perché non in grado di reagire prontamente alle nuove situazioni che si erano verificate, molte compagnie aeree hanno dovuto abbandonare il campo competitivo. Non sono riuscite ad adattarsi al cambiamento, hanno ceduto alle pressioni competitive del proprio ambiente, sia general che task, perché di fronte all’evoluzione del mercato l’impresa non può pensare di rimanere sulle posizioni conquistate, deve reagire, in alcuni casi deve proagire, per non scomparire. La turbolenza e le difficoltà degli ultimi 3-4 anni sono state un banco di prova durissimo per molti attori, ma nello specifico sono forse quelli del settore del trasporto aereo che ne hanno risentito di più, quelli che della stabilità economica e delle sicurezza fondano i propri presupposti. Presupposti che però sono venuti a mancare e che hanno trascinato con sé diverse compagnie aeree. Le previsioni per il futuro sono rassicuranti, già nel 2003 e nei primi mesi nel 2004 il mercato si è ripreso, c’è però una condizione. Una condizione che più di ogni altra permea l’ambiente di incertezza, che lascia dei punti interrogativi indelebili per il momento: non devono esserci nuovi episodi destabilizzanti. Purtroppo la politica internazionale, oltre che l’economia, sta attraversando un periodo quanto mai difficile, c’è chi dice che il mondo non sarà più lo stesso dopo l’11 Settembre: non è possibile dare rassicurazioni sul ruolo e le strategie del terrorismo internazionale nei prossimi anni. Sfortunatamente questo scenario si colloca in un momento cruciale per il settore del trasporto aereo europeo, erano stati fatti notevoli sforzi per rendere armonioso e progressivo il processo di liberalizzazione dei cieli nel nostro continente. L’obiettivo era quello di ripetere l’esperienza statunitense, evitandone però gli errori. Negli USA, infatti, fino al 1978 ci sono stati decenni di rigida regolamentazione, eredità della Grande Depressione degli anni ’30, dopo l’opprimente controllo del Civil Aeronautics Board sulla capacità, sull’entrata, sulle tariffe in quello che veniva considerato un settore strategicamente cruciale, affiorò l’idea di eliminare lacci e laccioli normativi, di aprire le porte alla concorrenza, con l’obiettivo di stimolare la competizione a favore dei consumatori: l’emanazione da parte del Congresso dell’Airline Deregulation Act. Dopo anni di guerre di prezzo, di fallimenti, di acquisizioni ci si accorse che il brusco cambiamento non rappresentò una scelta felice. Ci furono chiaramente anche fenomeni positivi, come l’esperienza di Southwest Airlines, primo low cost carrier della storia. Ma nel corso del tempo aumentò drasticamente la concentrazione nel settore, tanto che negli USA sta prendendo piede l’idea di introdurre una nuova regolamentazione, meno rigida della precedente ma tale da conferire Anche in Europa da sempre vigeva un regime protezionistico nei confronti del settore. Non si poteva di certo biasimare i singoli Stati che cercavano di difendere i propri interessi economici, di preservare un settore strategico per lo sviluppo delle proprie economie, soprattutto in momento di rilancio come fu il secondo dopoguerra. Per questo nacquero, in quegli anni, le cosiddette “compagnie di bandiera”, in cui gli Stati assumevano un ruolo di controllo o comunque di azionista di riferimento.
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