Empatia ed intersoggettività in Edith Stein

Tesi di Laurea

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Daniele Siddi Contatta »

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Edith Stein è tra le intelligenze più brillanti nella filosofia tedesca degli anni Venti, elemento di spicco nel circolo fenomenologico di Gottinga, assistente di Husserl, ordinatrice dei suoi manoscritti e collaboratrice dello “Jarbuch”, docente all’Istituto superiore di Pedagogia scientifica di Münster: l’avvento del nazismo interrompe la sua promettente carriera e la costringe a lasciare l’insegnamento perché ebrea; entra in un convento carmelitano al termine di un tormentato cammino di ricerca e conclude la sua vita in una camera a gas del lager di Auschwitz nel 1942.
In un contesto socio-politico in cui ha subito sulla sua pelle il pregiudizio e la discriminazione per l’essere donna ed ebrea (prima il mancato conseguimento della cattedra universitaria, poi il ritiro forzato dall’attività di insegnamento ed infine, raggiunta nel nascondimento della vita monacale, la deportazione e la morte), Edith Stein ci appare, attraverso le sue riflessioni sulla conoscenza dell'altro, profetica ed autorevole.
Nell’attuale società multietnica in cui viviamo, con le difficoltà di convivenza legate alla presenza di individui con vissuti culturali e religiosi ben differenti dai nostri, il pensiero della studiosa tedesca può fornire utili stimoli per un ripensamento del nostro approccio interpersonale, spesso viziato da preconcetti che impediscono l’autentico incontro. Di questi stimoli c’è urgente bisogno anche per evitare i rischi di fallimento e i tentativi di esplicita soppressione dell’alterità che accompagnano i rapporti quotidiani con coloro condividono la nostra stessa storia.
Già dal suo primo lavoro scientifico, la dissertazione di laurea dedicata alla problematica sull’empatia, traspare il grande mistero dell’alterità e della comunicazione che caratterizza tutta la vasta produzione filosofica e religiosa di Edith Stein: interessata al mondo della vita e dello spirito, lo indaga attraverso la relazionalità empatica allargando lo sguardo alla comunità, alla società, allo stato, alla trascendenza. E’ l’intero mondo della vita che si affaccia nelle sue pagine ora rigorose e scientifiche, ora edificanti, ora mistiche, sempre oggettive perché legate alla fecondità dell’approccio fenomenologico mai rinnegato nemmeno dopo il distacco da Husserl e l’ingresso in convento. Nessun oggetto è rifiutato a priori e l’indagine resta sempre aperta già quando, ancora atea al momento della tesi di laurea, introduce la possibilità di una conoscenza empatica di Dio: la tensione verso l’Assoluto, prima sotterranea e poi sempre più emergente nelle sue opere, non è fideismo né orgoglio teoretico quanto possibilità di senso unitario, ricercata personalmente ed offerta ai lettori. Certamente la problematicità della condizione umana richiedeva di essere trascesa: pressata da questa esigenza Edith Stein ha cercato “razionalmente” in tutte le direzioni, non rifiutando risposte offerte da altre esperienze come la fede e la mistica, pur nel convincimento teoretico che i nostri limiti conoscitivi precludono una soluzione ultima e definitiva al problema del fondamento.
Il presente lavoro prende le mosse dalla tesi di laurea della pensatrice tedesca ed intende seguire la relazionalità empatica come filo conduttore di una ricerca che porta dalla scoperta del vissuto estraneo alla costituzione dell’Io proprio e dell’Io altrui: empatizzando infatti non solo è possibile assumere in sé il mondo ed i valori dell’altro ma anche avviarsi alla scoperta della propria persona. In tal modo – pur su un piano conoscitivo e non psicologico - le due esperienze si intrecciano e si completano vicendevolmente nel confronto tra i rispettivi valori.
L’empatia viene considerata dunque come presupposto teoretico della solidarietà tra gli esseri umani in quanto consente di stabilire un rapporto comunicativo che, pur passando attraverso la corporeità, la supera realizzando possibilità di autentica comunicazione che costruisce legami di tipo comunitario tra i soggetti coinvolti. E’ in questa prospettiva che il presente lavoro approfondisce i caratteri delle diverse aggregazioni sociali ritrovando nelle riflessioni della Stein, che valorizza il vissuto comunitario contrapponendolo all’uniformità della massa, considerazioni di straordinaria attualità.
La ricerca indaga infine sulla svolta mistica della pensatrice tedesca ravvisando in questo nuovo approccio una modalità particolare in cui si esprime la relazionalità empatica la quale, rivolgendosi al Soggetto Assoluto, è costretta a modificare i suoi stessi caratteri trasformandosi nell’unione con Dio propria del misticismo.
Una vastità di interessi che, pur rappresentando solo una piccola parte della produzione della Stein, rendono questa donna una delle personalità femminili più attente e ricche del secolo appena concluso.

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111 DALL’EMPATIA ALLA FEDE “Davanti al nostro sguardo s’è così spalancata un’immensa distesa: il regno dello spirito. Una quantità di fenomeni psichici assolutamente ignoti alla comune esperienza è stata da lui [San Giovanni della Croce] rivelata, descritta con mano maestra e analizzata nei suoi riflessi sul settore evolutivo spirituale.” 1 Così la Stein confessa, nel suo ultimo lavoro dedicato a san Giovanni della Croce, di essersi imbattuta in un’ontologia regionale che, da esperta fenomenologa, non aveva voluto trascurare fin dal suo primo studio sull’empatia. Si tratta dell’ambito psichico, verso il quale si era sentita da subito attratta, valutato con oggettività e completezza anche nei suoi risvolti più intimi, spirituali e religiosi. L’approdo al misticismo, tipico dell’ultima fase della sua vita, non rappresenta per la Stein un rinnegamento degli iniziali interessi filosofici; esprime piuttosto – come osserva Laura Boella – “un doppio movimento: di spiritualità […] e insieme di custodia e intensificazione dell’atteggiamento filosofico, di abbandono e ritiro dal mondo e insieme di ricerca di un’alleanza e di una responsabilità condivise”. 2 La via della mistica, esaminata in particolare negli scritti “Il castello interiore” (1936) e “Scientia Crucis” (1942), costituisce per la studiosa un percorso privilegiato per analizzare, da dietro le grate della clausura, la stessa interiorità umana che aveva indagato a Friburgo da giovane fenomenologa: si tratta, in fondo, di rintracciare le strutture profonde dell’essere umano sulla scorta dell’esperienza dei grandi mistici come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, si tratta di “esperire Dio” attraverso l’esperienza di altri, di tratta in definitiva di accostarsi ad un particolare vissuto empatizzando ciò che inizialmente si presenta come estraneo. La descrizione dell’esperienza mistica non annulla perciò i risultati della precedente ricerca filosofica, anzi rappresenta una conferma della fecondità e del valore del metodo fenomenologico che illumina ancora la ricerca della nostra autrice. 1 Edith Stein, Scientia Crucis, op. cit., pag. 101 2 Laura Boella, Cuori pensanti, op. cit., pagg. 49-50