Reddito minimo di inserimento un'occasione mancata

Tesi di Laurea

Facoltà: Sociologia

Autore: Francesco Giubileo Contatta »

Composta da 80 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2068 click dal 08/03/2007.

 

Consultata integralmente 7 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.

 

 

Perché serve un Reddito Minimo?
Oggi giorno nel nostro paese esistono famiglie che versano in gravi condizioni di miseria economica, di isolamento relazionale e di sofferenza fisica, incapaci di godere di un livello minimo di benessere e di sicurezza.
A differenza di quanto accade nell’area dell’Europa continentale, in Italia manca un’articolata rete di protezione minima di base. Infatti qui non è solo il welfare ad avere una configurazione sui generis, ma è anche lo Stato: si tratta infatti di uno Stato assai poco “weberiano” , largamente infiltrato e facilmente manipolabile dagli interessi organizzativi e neo-corporativi.
Il basso grado di sostegno/servizi pubblici del nostro Paese e più in generale dei “sistemi latini” di welfare è un tratto che isola decisamente questo gruppo di nazioni dalle altre presenti in Europa (Ferrera, 1998). Le famiglie che vivono in questi Paesi hanno da sempre assorbito i rischi sociali che in Scandinavia sono collettivizzati dal welfare state . Il “principio di sussidiarietà” di matrice cristiano-conservatrice che ha rafforzato, mediante i trasferimenti, il modello per cui l’uomo ha il compito di sostenere economicamente la famiglia e la donna è relegata al ruolo di cura, rappresenta ancora oggi la configurazione tipica in Italia. Ma l’avvento della società postindustriale ha radicalmente mutato lo scenario in questione: insieme alla trasformazione verso l’economia dei servizi, si osserva l’emergere di un insieme di rischi sociali e bisogni completamente nuovi.......

Mostra/Nascondi contenuto.
4 INTRODUZIONE Perché serve un Reddito Minimo? Oggi giorno nel nostro paese esistono famiglie che versano in gravi condizioni di miseria economica, di isolamento relazionale e di sofferenza fisica, incapaci di godere di un livello minimo di benessere e di sicurezza. A differenza di quanto accade nell’area dell’Europa continentale, in Italia manca un’articolata rete di protezione minima di base. Infatti qui non è solo il welfare ad avere una configurazione sui generis, ma è anche lo Stato: si tratta infatti di uno Stato assai poco “weberiano” 1 , largamente infiltrato e facilmente manipolabile dagli interessi organizzativi e neo-corporativi. Il basso grado di sostegno/servizi pubblici del nostro Paese e più in generale dei “sistemi latini” di welfare è un tratto che isola decisamente questo gruppo di nazioni dalle altre presenti in Europa (Ferrera, 1998). Le famiglie che vivono in questi Paesi hanno da sempre assorbito i rischi sociali che in Scandinavia sono collettivizzati dal welfare state 2 . Il “principio di sussidiarietà” di matrice cristiano-conservatrice che ha rafforzato, mediante i trasferimenti, il modello per cui l’uomo ha il compito di sostenere economicamente la famiglia e la donna è relegata al ruolo di cura, rappresenta ancora oggi la configurazione tipica in Italia. Ma l’avvento della società postindustriale ha radicalmente mutato lo scenario in questione: insieme alla trasformazione verso l’economia dei servizi, si osserva l’emergere di un insieme di rischi sociali e bisogni completamente nuovi. Basti pensare al modello tradizionale di breadwinner che si confronta con rischi crescenti dovuti alla più debole posizione degli uomini nel mercato del lavoro, in particolare tra i giovani ed i lavoratori meno qualificati (Esping-Andersen, 2005). E soprattutto, appare sempre più evidente la centralità delle donne negli equilibri postindustriali, con il loro nuovo doppio ruolo di madri e lavoratrici che pone spesso gravi problemi di conciliazione e che conduce a due esiti: se le donne insistono nella carriera risulteranno facilmente molti meno figli di quanti 1 Weber nel prefigurare una linea di resistenza del capitalismo, basato sull’equilibrio e sul bilanciamento tra burocrazia privata e pubblica, ha in qualche modo intravisto quel processo di riassetto istituzionale del capitalismo democratico verso un “pluralismo organizzato” o addirittura un “neo-corporativismo” che si sarebbe effettivamente affermato nei decenni successivi. Per ulteriori commenti si rimanda a C. Trigilia Sociologia Economica 1998 Il Mulino. 2 Si veda per ulteriori informazioni il Sistema Ghent in Appendice.