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| Il cinema ha guardato sin dagli albori alla musica classica e al teatro come terreni fertili dai quali raccogliere i suoi frutti migliori, utilizzandoli poi per i propri scopi. Dopo i primissimi anni (quelli che vanno dal 1888, anno di invenzione del cinematografo, al primo decennio del Novecento) nei quali il vero spettacolo del cinema era semplicemente il suo essere una forma di “fotografia animata”, un cinema che attraeva per la rappresentazione verosimile di figure in movimento, per i primi trucchi e per le visioni di luoghi, animali e popoli lontani, senza dare particolare importanza alla narrazione di una storia (o almeno non in maniera prevalente), il semplice guardare delle figure muoversi su uno schermo non bastava più. Si iniziò allora a rappresentare storie conosciute dal pubblico, riprendendole dalla tradizione letteraria e teatrale, con l’accompagnamento musicale di un pianista presente in sala che suonava le canzoni e le arie più in voga del momento.
È da questa fase che si inizia a guardare a Giacomo Puccini e alle sue opere come fonte di ispirazione. Il repertorio del musicista lucchese (del quale è da poco ricorso il 150° anniversario della nascita, avvenuta il 22 dicembre 1858) fu ampiamente usato dai cineasti dell’epoca per la popolarità delle sue opere, dovuta a storie dalla grande capacità di guardare alla quotidianità e alla natura fortemente melodrammatica delle composizioni, oltre all’esaltazione della figura della donna, che per Puccini unisce in sé umiltà e travolgente passionalità. Elementi questi dalla forte carica emozionale, che hanno fatto sì che l’interesse del mondo del cinema per il lavoro del Maestro toscano si sia evoluto nel corso dei decenni secondo un percorso non netto, ma comunque piuttosto definibile.
L’aver posto come forma di espressione privilegiata l’opera lirica pone il corpus dei lavori di Puccini come bacino al quale attingere sotto due punti di vista: quello letterario (la ripresa della storie narrate dai libretti) e quello musicale (la ripresa di arie o di intere partiture). Pier Marco De Santi e la Fondazione Festival Pucciniano, nell’ambito di una ricerca durata due anni sui rapporti tra il Maestro e il cinema , ha classificato (in verità in modo non troppo sistematico) tutti i film in questione, sicché le varie combinazioni di questi due aspetti danno vita ad una suddivisione delle pellicole che variamente si ispirano alle opere del compositore lucchese in vari filoni, trasversali a livello di genere, ma coesi al loro interno; così troviamo:
a) film ispirati dalle storie narrate nei libretti d’opera, spesso (ma non sempre) accompagnati dalle musiche del Maestro;
b) i “film-opera” , ovvero versioni cinematografiche delle opere liriche, appositamente allestite per il grande schermo e generalmente interpretate da cantanti lirici;
c) le cosiddette “opere parallele” , ovvero film che, pur rifacendosi all’ossatura delle trame dei romanzi da cui i melodrammi pucciniani hanno preso vita, li decontestualizzano e li riportano (nella maggior parte dei casi) alla contemporaneità, spostando il peso della narrazione attraverso aggiunta e sottrazione di nuovi personaggi, ambientazioni del tutto nuove rispetto alle originali e musiche che possono avere due ruoli: quello di colonna sonora (con un adeguato arrangiamento e coordinamento) o quello di “brano originale”, con la ripresa delle arie più famose cantate dagli attori (spesso doppiati in playback da cantanti celebri);
d) il filone del “Puccini-smo” , ovvero il variegato e complesso insieme di pellicole che attinge alla sorta di deposito creativo composto dalle musiche di Puccini per i commenti sonori all’interno dei più svariati contesti filmici;
e) i film biografici, che propongono riletture più o meno romanzate della vita e della carriera del musicista toscano
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