Il bambino con handicap: inserimento o integrazione scolastica?

Tesi di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Catia Verlato Contatta »

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L’integrazione degli alunni in situazione di handicap è un processo che da quasi trent’anni caratterizza la scuola italiana.
Tale esperienza prese avvio nei primi anni ’70 come conseguenza della profonda contestazione rivolta agli istituti e alle strutture emarginanti dove, fino a quel momento, venivano assistiti ed educati gli handicappati: molte delle scuole speciali esistenti vennero chiuse e i bambini in situazione di handicap furono inseriti nelle classi della scuola comune.
Queste prime esperienze, seppur importanti, avvennero in modo scoordinato e senza alcuna progettazione specifica: l’enfasi era posta sulla possibilità, per il bambino handicappato, di stare con gli altri e di partecipare ad ogni attività ed esperienza della scuola, indipendentemente dal raggiungimento di obiettivi significativi in termini di apprendimento.
Nonostante i limiti di queste prime sperimentazioni, la presenza di alunni disabili costrinse gradualmente la scuola a porsi il problema di come gestire la diversità all’interno della classe.
Nei decenni successivi si determinò una consistente evoluzione culturale e concettuale rispetto al tema dell’handicap, accompagnata da un parallelo progresso in termini legislativi: venne superato l’approccio dell’uguaglianza, per cui il bambino handicappato doveva essere il più possibile come gli altri, per assumere l’approccio della diversità come risorsa individuale, per cui ciascun alunno è diverso da tutti gli altri per elementi di storia e di identità, per stili di apprendimento e per capacità comunicative e cognitive.
Il termine integrazione ha sostituito quello di inserimento nell’ambito scolastico, sociale e legislativo, segnando il passaggio dalla realtà del bambino disabile inserito nella scuola, ma sostanzialmente isolato ed evitato, alla fase in cui ci si impegna attivamente perché egli sia pienamente integrato nel gruppo dei suoi coetanei, della scuola, del territorio.
Al momento attuale l’integrazione di alunni in situazione di handicap nelle scuole normali si può ritenere una realtà diffusa nella cultura e nei valori, un diritto certo sancito da una legislazione che viene considerata, da molti, all’avanguardia.
Con il presente lavoro ho cercato di valutare l’effettivo grado di applicazione di ciò che è stato elaborato a livello teorico e le difficoltà che gli attori di questo processo incontrano nell’interpretare correttamente le norme, tenendo conto che vi è differenza tra inserimento (che è un fatto non ancora connotato qualitativamente che può limitarsi all’accoglienza passiva) e integrazione (che implica invece un processo attivo che coinvolge tutti i componenti di un gruppo e tutti gli elementi di un contesto).
A tale scopo ho pensato di condurre un’indagine conoscitiva in alcune scuole elementari e medie che accolgono alunni in situazione di handicap. Tale ricerca si è composta di due fasi di lavoro distinte: la prima di osservazione di bambini disabili durante una normale giornata scolastica e la seconda di dialogo e confronto con gli insegnanti di sostegno e curricolari degli stessi.
Il campione di bambini osservati è composto da dieci soggetti con una differenziata tipologia di handicap: psicosi artistica, sindrome di Down, deficit intellettivo di diversa gravità, deficit sensoriale, disturbo di personalità fobico-ossessivo.
L’impiego di questa metodologia ha permesso di osservare da vicino i comportamenti e gli atteggiamenti dei bambini disabili e di tutto il gruppo classe nelle diverse situazioni di una giornata a scuola dandomi la possibilità di rilevare la dimensione relazionale e il clima emotivo che caratterizzava ogni diverso momento.
L’intervista agli insegnanti ha permesso invece di raccogliere le loro esperienze e opinioni sul progetto di integrazione, sulle difficoltà che, quotidianamente, essi incontrano nel realizzarlo, sulle ragioni e i limiti della sua attuazione.
L’analisi dei temi emersi da questi colloqui ha messo in evidenza alcuni fattori che, nella prassi quotidiana, ostacolano la realizzazione di una piena integrazione; mi riferisco, in particolar modo, alla questione degli handicap gravi, all’esigenza di un nuovo modello di formazione per gli insegnanti, all’importanza di realizzare una rete di collaborazione tra tutti i soggetti impegnati nel processo di integrazione dei bambini con handicap: compagni, famiglie, operatori delle strutture sanitarie e degli enti locali.
Ognuno di questi nodi problematici è stato poi analizzato e approfondito dal punto di vista teorico.

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4 INTRODUZIONE L’integrazione degli alunni in situazione di handicap è un processo che da quasi trent’anni caratterizza la scuola italiana. L’Italia ha fatto una scelta di integrazione “tout court” dei portatori di handicap nella scuola di tutti che possiamo ritenere unica rispetto agli altri paesi europei, dove, nonostante sperimentazioni in questa direzione, prevale ancora una scolarizzazione separata. L’evoluzione della normativa nazionale sul tema dell’handicap e, in particolare, sull’integrazione scolastica, rispecchia una parallela evoluzione di schemi concettuali e di modelli culturali sul tema della diversità e sulle sue rappresentazioni sociali. Per un lungo periodo, durato secoli, tutte le forme di disturbo psichico, di insufficienza mentale e di menomazione psicofisica, furono assimilate alla follia, alla malattia mentale e gestite di conseguenza negli istituti, nei manicomi o nel silenzio e nella “vergogna” delle famiglie, colpite dal pregiudizio e dal bisogno della società dei “sani” di allontanare da sé una rappresentazione di malattia e di sofferenza. Durante la prima metà del nostro secolo l’intervento dello Stato in favore dei portatori di handicap è stato essenzialmente di natura assistenziale e basato esclusivamente su una concezione custodialistica; solo i bambini ciechi e sordi avevano diritto all’istruzione impartita in appositi istituti e scuole speciali.