Cultura ed emozioni

Diploma di Laurea

Facoltà: Psicologia

Autore: Andrea Meneghetti Contatta »

Composta da 68 pagine.

 

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Lo scopo di questa tesi è quello di esplorare in che modo la cultura, intesa in senso antropologico, plasmi la vita emotiva dei suoi membri; rientra dunque in quel filone della psicologia sociale chiamato psicologia culturale o trans-culturale. Il lavoro è costituito da tre macro parti: la prima esplora che cosa sono le emozioni e la loro funzione seguendo varie teorie, e che rapporto hanno con il cervello; la seconda parte cerca di definire cosa sia la cultura; ed infine la terza rappresenta una revisione delle conoscenze della psicologia generale attraverso un’ottica culturale.

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INTRODUZIONE L’idea che sta alla base di questo lavoro è fiorita nella mia mente quasi per caso. Una sera, leggendo Emozioni, la scienza del sentimento di Dylan Evans sono stato colpito dal seguente passaggio in cui l’autore racconta di una sua esperienza personale: “[…]Quando avevo quindici anni, alcuni miei amici mi invitarono a far parte della loro band punk rock.[…] Tim mi disse quanto era contento che io fossi entrato nella band. Ricordo ancora benissimo l’intensa reazione che quell’apprezzamento provocò in me: un’onda di calore che mi partiva dallo stomaco salì rapidamente ad avvolgermi tutto il petto. Era una sorta di gioia, ma diversa da tutte le altre mai provate. Era la sensazione di essere accettato, di appartenere a un gruppo di persone che mi stimavano e che ero fiero di considerare mie amiche. Per un momento rimasi senza parole, colpito dalla novità della sensazione[…]”. (Evans, 2001, tr. it., p. 3) Io stesso devo dire di essere stato preda di una simile emozione, ma non è questo il motivo che ha dato il via a questo lavoro. Io ed Evans non siamo (ovviamente) i soli ad avere sperimentato questa particolare emozione. Ogni fine settimana, milioni di tifosi di calcio e di fedeli praticanti sembrano sentire qualcosa di simile. Eppure, né in inglese, né in italiano, né in nessun’altra lingua occidentale esiste un unico termine per descrivere questa sensazione, per descriverla bisogna infatti ricorrere a un giro di parole, come fa Evans. Questa parola esiste, a quanto pare, in Giappone. Il termine amae indica proprio quella sorta di “contentezza per la totale accettazione da parte di un altro”. Ma perché non esiste nella nostra lingua un corrispondente di amae? Qualunque sia la ragione di questa particolare differenza tra le lingue, essa non indica alcuna differenza fondamentale tra i popoli. In quanto parlante la mia lingua, io non dispongo di un termine preciso per indicare l’emozione che provai, ma questo fatto non mi impedì di provarla. I modi diversi in cui le varie lingue sezionano il mondo riflettono diverse esigenze culturali. Forse i giapponesi hanno bisogno di una parola come amae perché l’emozione che essa descrive è in accordo con i valori fondamentali della cultura del Giappone. Se l’amae è virtualmente avvertita in tutto il mondo, ma non tutte le persone che la sentono hanno una parola per descriverla, ciò non vale per tutte le emozioni. A quel che sembra, alcune di esse sono davvero specifiche di una cultura. Per esempio, i Gururumba della Nuova Guinea avvertono un tipo di emozione che non sembra sperimentata da gente di altre culture, traducendo dalla loro lingua la si potrebbe chiamare “essere un maiale selvatico”, perché coloro che la avvertono si comportano come tali: si aggirano furibondi facendo man bassa di oggetti di poco valore e aggredendo gli astanti. Questi fatti mi hanno lasciato letteralmente sconcertato. Com’è possibile che alcuni gruppi di persone nel mondo provino emozioni ad altre precluse? Perché, invece, emozioni che sono relativamente comuni a molte persone, come l’amae, hanno una parola per indicarle soltanto nella lingua Giapponese e non in tutte? A cosa è dovuta tutta questa variazione nel campo dell’emotività, se tutti gli esseri umani hanno lo stesso sistema nervoso, che, nei soggetti sani, funziona nella stessa maniera in ogni parte del mondo? 2