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La politica dei dividendi


Politica dei dividendi: “processo di scelta tra il trattenimento degli utili e il pagamento dei dividendi per mezzo della sottoscrizione di nuovo capitale di rischio”.  Al fine di valutare l’influenza della politica dei dividendi sul valore economico del valore d’impresa, è necessario isolarla evitando di confonderne gli effetti con quelli di altre decisioni di natura finanziaria (finanziamenti e investimenti). La politica dei dividendi concerne quindi la scelta tra il trattamento degli utili e il pagamento di dividendi mediante la sottoscrizione di nuovo capitale di rischio.

Le principali tipologie di dividendi.
Azioni gratuite (bonus share): è un’operazione di trasferimento a capitale sociale di una parte delle riserve della società accumulate grazie agli utili non distribuiti negli esercizi precedenti o ad altre operazioni (quali es. rivalutazioni di beni o fondi sovrapprezzo emissione azioni. In termini di partecipazione azionaria la quota di ciascun azionista rimane immutata (e ciò evita una serie di rischi di sub-ottimizzazione). Ogni azionista possiede un maggior n° azioni, ma in ragione del loro minore utile unitario, il suo utile complessivo rimane inalterato il valore totale della società.
I vantaggi di tale operazione sono:
* Per l’azionista: possibilità di monetizzare il dividendo in azioni vendendo parte delle azioni in suo possesso. Se la tassazione sui capital gains è più favorevole di quella sui dividendi (com’è in Italia)  ->  vantaggi fiscali
* Per la società: nonostante il maggior costo in termini di commissioni e di amministrazione, si registra l’impatto psicologico positivo che ha dei confronti del mercato dei capitali il fatto di non comportare un flusso di cassa in uscita e di permettere, riducendo l’importo unitario del titolo azionario, una soglia inferiore di accesso ai titoli.
Frazionamento delle azioni (splitting): Tale operazione si realizza diminuendo il valore nominale dei titoli e aumentando proporzionalmente il loro numero. In tal caso rimane invariata la composizione del capitale. La funzione principale di tale operazione è di allargare la base azionaria al fine di garantire maggiore stabilità e continuità di quotazione al titolo.
Riacquisto della azioni proprie. Le società vi ricorrono, in luogo della distribuzione della distribuzione degli utili per le seguenti ragioni. L’acquisto di azioni proprie:
origina un incremento degli utili attesi per azione: il processo di riacquisto di azioni proprie riducendo il n° di azioni in circolazione, rafforza infatti le aspettative del mercato su futuri incrementi degli utili per azioni. Tuttavia il riacquisto implica l’utilizzo delle riserve di liquidità dell’azienda (a meno di non ricorrere a nuovi debiti di finanziamenti); il venir meno del loro contributo alla redditività dell’impresa comporta una riduzione dell’utile. Ne consegue un aumento degli EPS attesi solo nell’ipotesi in cui la riduzione del n° di azioni in circolazione (denominatore) sia relativamente superiore alla riduzione degli utili netti attesi (numeratore). Inoltre, anche se il riacquisto di azioni proprie origina un incremento degli EPS attesi, quest’ultimo si realizzerà con aumento del grado di indebitamento dell’impresa, con il conseguente incremento del rischio finanziario della stessa. La teoria finanziaria afferma che l’aumento degli EPS attesi sarà controbilanciato dai più alti tassi di rendimento richiesti dai vari stakeholders (azionisti inclusi) quale premio dei maggiori rischi finanziari. Quindi il prezzo delle azioni in circolazione crescerà solo se l’incremento del rendimento atteso supera l’incremento del rischio finanziario, e il conseguente aumento delle attese minime soddisfacenti di redditività.
costituisce un mezzo per l’impresa di avvicinarsi alla sua struttura finanziaria ottimale, ossia quella che massimizza il valore economico per l’impresa. Altri due modi per intensificare la leva finanziaria: ricorrere a nuovi debiti di finanziamento o sostituire risorse di capitale proprio con risorse finanziarie di terzi (con la differenze che queste ultime non riducono la presenza dell’impresa sul mercato dei capitali.
permette talvolta di pagare meno imposte agli azionisti rispetto a un equivalente ammontare di dividendi in denaro (ciò non vale per l’attuale normativa in Italia), anche se ciò può creare problemi in relazione alla massimizzazione della ricchezza di tutti gli azionisti.
Riduce i flussi di cassa in uscita per dividendi (senza ridurre i dividendi per azione): il c..d buyback o common stock repurchase.
Invia al mercato dei capitali  la convinzione del management che le azioni siano sottovalutate
Consente di liquidare gli azionisti non in sintonia con gli orientamenti strategici del management. In questo modo si limitano tutte le inefficienze relative alla presenza di voci fuori dal coro in merito alle priorità strategiche, ma si correi il rischio di non considerare criticamente e compiutamente le opzioni dei diversi pacchetti strategici.
M&M: Irrilevanza della politica dei dividendi
Alcuni studiosi affermano che le decisioni di politica dei dividendi discendono dalla politica degli investimenti: finchè si verifica la possibilità di attuare degli investimenti a VAN positivo, l’impresa opterà per una politica di ritenzione degli utili, mentre nel caso in cui l’ammontare di tali investimenti fosse inferiore agli utili disponibili dall’impresa, quest’ultima sceglierà una politica di alti dividendi.
Distribuire o ritenere all’interno dell’impresa gli utili è quindi una decisione essenzialmente di natura finanziaria e per tale ragione non influenza il valore economico dell’impresa.
Per M&M, in assenza di tasse e quindi di deducibilità degli oneri finanziari dall’utile imponibile, il mix tra debiti di finanziamento e capitale di rischio è ininfluente nella determinazione del valore di impresa.
Se la struttura finanziaria è irrilevante nel creare valore per l’impresa e se la politica dei dividendi è una decisione di natura finanziaria, allora la politica dei dividendi è irrilevante nell’influenzare il valore economico di mercato dell’impresa. Ne consegue che, per gli azionisti, è indifferente quale politica di distribuzione dei dividendi l’impresa intenda perseguire.
L’origine di tale indifferenza è che la politica dei dividendi definisce solo quanta parte dell’utile di impresa si debba chiamare dividendi in contanti e quanta parte si traduca in guadagno in conto capitale. Se l’investitore riceve più dividendi, per lo stesso importo si riduce il valore dei guadagni in c/c capitale su cui vanta diritti.
L’impresa dunque non è in grado di creare valore per gli investitori modificando il rapporto tra utili distribuiti e utili trattenuti e quindi non esiste una politica dei dividendi migliore di un’altra.
Tratto da FINANZA D'IMPRESA di Alessia Chiovaro
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