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Federico De Roberto – Una scena di massa


Rispetto all'altro grande romanzo storico del periodo, le Confessioni di Nievo, non possiamo non notare un totale rovesciamento di posizioni: lì un Risorgimento di cui il borghese protagonista, pur vecchio, attende con slancio l'attuazione, qui il pessimismo del conservatore che alla voce dei suoi nobili – ma anche dei popolani – affida un giudizio del tutto negativo sull'Unità, sentita al più, se non come sopraffazione, come un sostanziale non – mutamento: è ciò di cui sa profittare il cinico Consalvo.
La lingua dei Viceré è composita senza forzature, ma un po' come se le varie componenti, piuttosto che tendere a fondersi come in Verga si separassero via via come acqua e olio. Elementi letterari: tratto tratto, serravasi, mostravansi, l'ordine participio – sostantivo in l'insorta città. Toscanismi: cenci, infreddatura, quartiere, desinare, granata. Sicilianismi: onze, giare, roba e la costruzione con arrivare (non c'è più dove arrivare!).
Caratteristico di De Roberto è poi un gusto, ma sempre puntuale, non sistematico, che possiamo chiamare espressionistico e che ben s'attaglia alla sua visione nera della vita e della storia: lo rivelano soprattutto la formazione delle parole: immagazzinare, trituzzare, membrificata, quattro seggiole sciancate, due magri sacconi.
Ma l'aspetto più interessante è l'operazione linguistica complessiva del romanziere. De Roberto si vieta assolutamente l'uso organico del siciliano pur presupponendolo, ma d'altra parte distingue la lingua del narratore da quella dei personaggi (Si loca / appigionasi), e ancor meglio la lingua di alcuni personaggi fra loro, arrivando per uno di essi al cosiddetto italiano dei semicolti.
Questo che commentiamo è uno dei grandi brani del romanzo, una delle scene di massa in cui De Roberto è maestro. L'attacco è in sintassi nominale, cioè in levare, con l'anticipo dei complementi paesistici; e se la sintassi nominale è tutt'altro che infrequente nei Viceré, non lo è mai ad inizio di capitolo; se gue un periodo verbale ma animato dall'anticipo dei due verbi: stridevano...tintinnavano... che nuovamente mette in rilievo la qualità dell'azione e non la mera azione, e dal chiasmo: se uno scalpitar più frequebnte e un più vivace scampanellìo, con forte allitterazione a distanza. Si noterà pure che De Roberto, ammiratore e studioso di Leopardi, riprende, volgendoli in negativo, parecchi elementi della Quiete dopo la tempesta, fine della prima strofa.
Abilissima la costruzione del paragrafo successivo: dapprima discorso diretto “libero” anonimo, poi una sorta di indiretto, quindi l'indiretto libero (Eran dunque questi tutti i vantaggi ricavati dall'Italia una?), per tornare infine al discorso diretto, questa volta più personalizzato: E i più scontenti, i più furiosi, esclamavano “Bene han fatto i palermitani, a prendere i fucili...” Ora la parola torna all'autore, finora nascosto, ma che dà nuovamente il passo all'indiretto libero, con inserti di diretto a variare: “Non c'è più dove arrivare!”; “E i quattrini che si sono divisi?” giusto in chiusa.
Nel paragrafo sono pressate, con incisivi tratti di descrizione dei fuggiaschi e della loro roba, tutte le recriminazioni dei poveri contro gli “Assassini del governo” e gli “Italiani”: sono loro gli untori manzoniani che hanno sparso il colera, loro che fanno pagare la ricchezza mobile e la tassa di successione e istituiscono la leva da cui sempre la Sicilia è stata esente.
Straordinaria è la chiusa. Tacciono i commenti: i fuggitivi appiedati riconoscono le carrozze degli aristocratici che scappano anche loro, spaventati all'idea del vuoto della città, e se le indicano a vicenda una dopo l'altra, concludendo: non resterà dunque nessuno? Qui e solo qui compaiono di scorcio i nobili, e gli umili li nominano ad uno ad uno, con un sentimento in cui sembra che si intreccino perdurante soggezione feudale, familiarità e affetto, senso della catastrofe (se anche loro lasciano la città...). Dietro, il vuoto.


Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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