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L'apparizione del Cristo nel paradiso Dantesco


Nel XXIII canto del Paradiso analizziamo come Dante affronti l'arduo tema dell'apparizione di Cristo. Colpisce prima di tutto la circostanza che questo sia forse il canto più ricco di paragoni di tutto il poema, più di una decina tra brevi ed estesi; sono similitudini che svariano tra i più diversi toni, dalla raffinatezza pittorica dei vv. 25 – 27 all'atmosfera affettuosamente quotidiana della terzina 121 – 123 con le sue parole quotidiane e infantili. Per di più è con un paragone che comincia il canto, come solo un'altra volta in tutta la Comedìa, sempre nel Paradiso, nel canto XVII. In quel canto, però, la comparazione era di grana colta, mitologica, mentre qui è dolcemente naturalistica, protratta per quattro terzine ricche di subordinate, che indicano il nervoso protrarsi dell'attesa dell'uccello, cioè di Beatrice e dunque di Dante stesso.
È stato osservato come i paragoni con aspetti della realtà mondana sono forse il mezzo principale con cui Dante riduce l'ineffabilità del mondo di là, e in particolare del terzo regno. Verissimo, anche se la cosa andrebbe letta in entrambe le direzioni: quegli aspetti permettono certamente di rappresentare ciò che in linea di principio è irrapresentabile, ma a loro volta sono irradiati da questo, riflessi della luce del divino in terra che li fa risplendere di una più pura e viva creaturalità.
Il continuo uso di paragoni, però, va visto anche come indice dell'atteggiamento antimistico di Dante: certamente il motivo dell'ineffabilità è sfiorato (24, 33 e 61) e perfino quello dell'excessus mentis (vv. 43 – 45) eppure Dante ai vv. 53 – 54 parla ancora del proprio libro come di un libro della memoria, che sa conservare l'eccezionale vissuto.
Nella possibilità di esprimere l'inesprimibile, poi, gioca non poco la presenza mediatrice della donna amata, che sempre anticipa le alte visioni e comunque vi intreccia il suo discorso umano; non per niente Dante la gratifica con qualificazioni tutte umane e non evanescenti.
Altro discorso indicativo è il fatto che proprio nel momento in cui dichiara la difficoltà della propria opera a reggere e figurare il grande tema, Dante per la prima volta non qualifica la sua opera come commedia ma come sacrato poema, qualcosa che si può definire tale perché riflette la luce del sacro e riesce a contenerla in sé.
Un po' tutto il canto si può dividere in due parti, spesso coordinate da parallelismi. Il primo parallelismo, il più importante, è l'attacco di entrambe le sezioni con una similitudine, quasi riprendendo, la seconda volta, da zero: l'attesa ardente dell'apparizione (vv 1 – 24) e l'apparizione (dal v.25) già annunciata però con un forte legame fra i due momenti dato da dai vv. 19 – 21. a cavallo fra la prima e la seconda parte la parola chiave è disiare, disiando e disianza.
Compaiono moltissime immagini di luce, naturalmente e frequenti latinismi. Segnaliamo, infine, l'insistenza in tutto il canto delle ripetizioni, come per una continua tensione a ridurre il vario all'unità → veder – veggendola – vedere; aspetti – aspetta e così via.  

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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