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Matteo Maria Boiardo - Splendore della natura e della donna -

Matteo Maria Boiardo - Splendore della natura e della donna -


Questo sonetto è governato dalla figura prolungata della adtestatio rei visae (il vidi ripetuto quattro volte) preso probabilmente dal Dante della Commedia piuttosto che dal Petrarca del Canzoniere. Una affermazione sostenuta dal fatto che è proprio il Dante del Purgatorio l'ispiratore primo di questa lirica boiardesca. Se però in Dante e Petrarca non si va oltre la semplice anafora di vidi, Boiardo le espone tutte con simmetria fortemente scandita all'inizio di ogni quartina e terzina, in nome di un'energia che si carica strada facendo attraverso l'accumulazione, mentre l'insistenza del polisindeto (e vidi) sembra alludere di per sé ad un'infinitezza non esauribile nel catalogo della natura e delle bellezze dell'amata. È una poesia della gioia del vedere, che introietta in forma di entusiasmo stilistico quella ricerca dell'artificio formale che percorre tutta l'opera.
Boiardo si appropria dei suggerimenti danteschi con grande forza innovatrice, sottoponendoli a processi attenti di intensificazione: la marina, ad esempio, non tremola impressionisticamente ma è tutta incendiata, espressionisticamente e con dilatazione spaziale; il colore della rosa non è solo vermiglio, arde come un fuoco, e la nota di colore si traduce in un contrasto coloristico, rosso infuocato contro il verde della spina.
Dalla partitura anaforica descritta si sprigiona una selva di replicazioni di vario tipo: sol 2 si ritrova in sole 13 anticipato dalla rima equivoca sòle 10; ragi d'or 2 si concentra in luce 3; colorato 3 si sdoppia e potenzia in color...infiamato 6, che riprende incendeva 4 e anticipa foco ardesse 8.
Questa poesia è un'euforia, un'esaltazione visiva che travolge il distacco temporale della rievocazione in maniera anti petrarchista. Lo spazio testuale è saturato da questa euforia; è ebbro fino agli angoli.
Lo schema concettuale del sonetto è la comparizione della donna, a suo favore, con gli aspetti più fulgidi e rigogliosi della natura: lo testimoniano i tre sostantivi del v. 13 erba – rose – sole  che riprendono e compendiano, in una sorta di summatio e in ordine chiastico e rovesciato, i protagonisti delle quartine e della prima terzina.
Sotto la struttura comparativa di superficie, poi, sembra agire una struttura profonda di identificazioni analogiche per le quali via la donna – amore è il sole, la rosa, l'erba, in qualità di forza erotica latente che vivifica la natura. Lo suggerirebbe anche il dato che nella seconda quartina non si hanno rose plurali bensì il singolare rosa, cui non sarebbe agevole dare valore collettivo dato che occorrerebbe farlo anche con spina.
Concludiamo con qualche accenno al colorito linguistico della lirica, ricco, come è stato detto, di colori e sapori. Si intrecciano forme di tradizione toscana con forme padane, un ibridismo che è della cultura linguistica dell'epoca e della zona, ma è anche conforme agli impulsi poetici dell'autore, scempiamenti soprattutto. Frequenti sono poi i latinismi: incendere e soprattutto jubato, rarissimo anche in latino.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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