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Cura di sè e salvezza



Un problema importante n cultura di sé è la nozione di salvezza. È un termine tradizionale, usato ad esempio da Platone in espressioni come “salvare se stessi”. Dopo ha un campo di applicazione più ampio. Noi associamo la salvezza a queste cose: 1)la salvezza si situa tra la morte e l’immortalità; 2) è associata a un evento drammatico come la caduta o il peccato; 3)ci pensiamo pensando ad un Altro che ci aiuti. Noi insomma la consideriamo come idea religiosa. Ma è anche una nozione filosofica. La salvezza intesa come obiettivo della pratica e della vita filosofiche. Il verbo sozein=salvare o il sostantivo soterìa han vari significati. Sozein come liberare da un pericolo ma anche custodire, proteggere. Il corpo come cinta dell’anima nel Cratilo. Poi sozein indica il proteggere cose come pudore e ricordo, poi ha un senso giuridico. Sozesthai=essersi conservati in uno stato. Poi sozein=fare del bene. Infine salus augusta=principio del bene. Non si tratta dunque di salvarsi rispetto a un pericolo, non ha solo senso negativo. Si salva chi è in perenne allerta e dominio di sé, chi respinge ogni attacco, chi persevera in una condizione permanente, assicurandosi felicità e tranquillità. Nella nozione ellenistica di salvezza non ci sono riferimenti a un altro mondo. Salvarsi è un' attività che si dipana nell' intera vita, e il suo termine è l’essere imperturbabili. Atarassia e autarchia: le due forme nelle quali la salvezza trova alla fine la sua ricompensa. Salvezza come attività permanente del soggetto su se stesso che trova ricompensa all’interno di un certo rapporto del soggetto con se stesso: ci si salva per se stessi e per giungere a se stessi. Siamo lontani dalla salvezza della città in platone.
Tratto da ERMENEUTICA DEL SOGGETTO di Dario Gemini
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