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Un servizio relazionale per la famiglia

Che cosa è un servizio relazionale per la famiglia? Un servizio che opera sulla relazione familiare per potenziarne le specificità di alleanza tra i sessi e le generazioni.

E’ un servizio relazionale che opera non tanto su individui, quanto su relazioni familiari, cioè sulle relazioni di piena reciprocità tra i sessi e le generazioni. Ad esempio con l’erogazione di piani personalizzati di sostegno a persone gravemente handicappate ( legge 162/98 ) tradotto in pratica attraverso una serie di prestazioni integrative degli interventi realizzati dagli enti locali mediante forme di assistenza domiciliare e di aiuto personale anche della durata di 24 ore, così come avviene in Sardegna dove, grazia all’impegno dell’associazione Bambini cerebrolesi, la progettazione-erogazione-valutazione dei piani personalizzati a individui gravemente handicappati ha preso una configurazione altamente relazionale; qui una famiglia può decidere per una gestione diretta ( operatori del comune ) o indiretta ( operatore di cooperative non profit o altre persone adeguate ) dei piani. Allo stesso tempo può direttamente progettarli e valutarne le performance. Questo rappresenta un buon esempio di sevizio relazionale per la famiglia perché:

1. è un servizio che opera su e a partire da relazioni sociali, in specifico quelle tra familiari, le persone handicappate, gli operatori e tra famiglie e associazioni familiari. Tutti i co-iteressati al servizio (stakeholders) hanno l’onere di acquisire, produrre e mettere in rete le risorse economiche, materiali, cognitive, normative, relazionali necessarie al servizio secondo il principio della co-responsabilizzazione del funzionamento del servizio. Ogni attore del servizio deve mettere a disposizione una quantità e qualità di risorse giudicata da tutti giusta seguendo soprattutto criteri di equità che variano con il ciclo di vita delle famiglie.
2. è un servizio che opera per generare-rigenerare relazioni sociali. Riguarda la produzione di un bene che tocca più dimensioni della vita della famiglia e che necessariamente deve essere realizzato attraverso la relazione stessa e non può essere fatto circolare indipendentemente da essa. E’ finalizzato a produrre una trasformazione delle condizioni di azione / esperienza di una persona handicappata ( ma anche della sua famiglia ), che sono esprimibili solo attraverso e nelle relazioni sociali quotidiane. Il lavoro sulle relazioni tra operatori, persona malata e famiglia ( e non solo su individui) è la condizione di possibilità del flourishing del destinatario e della sua rete sociale; prodce un benessere che è frutto di una logica di azione combinatoria, reticolare ed emergente, cioè generato attraverso relazioni dove ognuno dei co-interessati discute e mette in comune le proprie competenze. Il benessere che viene generato è un bene relazionale in quanto può essere prodotto e fruito soltanto entro il medium delle specifiche relazioni sociali in gioco.
3. è un servizio che opera con, attraverso relazioni sociali che trovano una loro espressione patrizia/contrattuale; non comprende solo interessi economici e pattuizioni di diritti e doveri standard, ma anche finalità di integrazione sociale, produzioni di legami sociali e di benessere relazionale.
4. è un servizio diretto a sussidiare/capacitare le potenzialità d’azione/esperienza che scaturiscono dalle relazioni tra il membro handicappato e il suo intorno; questo orientamento alla fioritura delle relazioni innesca il capovolgimento della logica che ha finora nascosto e negato ideologicamente l’azione di mediazione sociale svolta dalla famiglia o la ha semplicemente considerata come un indicatore di un welfare imperfetto. La famiglia è qui invece pensata come un nodo capace di collegarsi con altri nodi per produrre benessere e ciò è impossibile se non le si riconosce una valenza di mediazione sociale.

La realtà dei servizi relazionali è molto complessa; più che essere una realtà i servizi relazionali rappresentano ancora una sfida per il welfare state attuale. Esiste inoltre il problema della loro valutazione. La domanda è: chi deve valutare e con quali criteri le performance dei servizi? Basta valutare i servizi relazionali a partire da protocolli standard? Il criterio di valutazione deve essere quello della produttività del lavoro utilizzato? Devono esistere agenzie autonome di valutazione, oppure occorre dare voce agli utenti? L’autore di questo testo si pone a favore di una valutazione pluralista e multicriterio delle performance di servizio. E’ di fatti evidente  che il criterio economico della produttività così come quello della efficienza, sono del tutto limitativi, distorcono la valutazione andando a misurare solo gli outputs e non gli outcomes, sono inaffidabili laddove i servizi non sono facilmente standardizzabili e infine, sono quasi inutilizzabili quando è addirittura difficile stabilire esattamente quale sia il servizio finale da misurare.
Tratto da I SERVIZI RELAZIONALI PER LA FAMIGLIA di Beatrice Segalini
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