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Baruch Spinoza

Natura e potere
Se anche Spinoza teorizza l'assolutismo politico, non lo fa in modo coerente perché oppone ad esso la rivendicazione decisa e sincera della libertà di coscienza e dei diritti della razionalità, cui affida il compito di elevare l'uomo e lo stato a dimensioni di vita civile superiori e quelle naturalistiche e coercitive del potere. Vi è inoltre in lui la disposizione a riconoscere un carattere etico e religioso ai rapporti coesistenziali. Se Hobbes parlava dell'homo homini lupus, Spinoza evoca l'immagine opposta dell'homo homini deus, dell'uomo che cerca l'unione con gli altri sul fondamento della consustanzialità razionale di tutti i soggetti e sulla loro partecipazione ad un comune destino mondano e metafisico. Le basi metafisiche del pensiero di Spinoza sono diverse da quelle di Hobbes poiché egli assimila la natura a Dio ed ha una visione panteistica o deistica del reale. Dio è immerso nella natura e permea a sé tutti gli esseri e tutte le cose: Deus sive natura. Spinoza ritorna ad una considerazione della natura come campo di esplicazione di impulsi e di moventi umani non vincolati a della aprioristiche regole etiche di giustizia. Per lui i fatti della vita,come si presentano in natura, devono essere guardati con quella imparzialità con cui si guardano le nozioni matematiche e quindi "con un intento di comprensione e di spiegazione". Si devono realisticamente considerare tutti i movimenti della sensibilità umana, la quale è matrice di tutte le esperienze, buone e cattive. La natura ci comprende tutti e ciascuno è quello che è, non quello che vorremmo che fosse; ognuno sta nella natura come può, fa quello che il suo istinto e il suo bisogno gli chiedono e gli consentono. Sempre limitato nella propria potenza, sempre superato dalla potenza delle cause esterne, ogni essere è tuttavia dotato di una propria energia, è sempre animato da una tensione vitale ed espansiva con cui cerca di reggere gli urti ed i pesi della propria esistenza. Ogni essere che è nella natura ha un suo diritto a vivere. Le conclusioni della dottrina naturalistica di Spinoza non sembrano divergere da quelle di Hobbes, anch'egli sostenitore del principio che in natura ognuno ha diritto su tutto e fruisce quindi della libertà di espandersi fin dove la sua potenza gli consente, fin dove non incontra la resistenza o il risentimento degli altri. Per Spinoza questo "sommo diritto" vale sia per chi ispira i suoi comportamenti alle regole della ragione, sia per chi trasgredisce tali regole; l'uomo, d'altronde, nasce ignorante ed il processo di apprendimento razionale è lungo e complesso. La ragione è una idea e una realtà in continua evoluzione: essa non è ma diviene, è un processo e non un atto concluso ma, intanto, ogni esser umano, razionale o non razionale, deve vivere e deve perciò utilizzare gli appetiti e le propensioni naturali di cui dispone, orientandosi nel mondo secondo i suoi propri criteri di convenienza. Tutti nascono nella completa ignoranza delle cose; qualcuno se ne libera prima, altri arrivano ad intendere rettamente con più difficoltà, altri non raggiungono mai tali capacità ma tutti devono vivere e per vivere bisogna usare la propria potenza. Il quadro della natura offerto da Spinoza è inquietante perché la logica dell'istinto, la cupidigia e la potenza costituiscono gli ingranaggi di un meccanismo non disciplinato da superiori finalità e che viene ciononostante considerato come cosa naturale. Quella di Spinoza è una visione pessimistica e drammatica della coesistenza umana, la stessa che ridicolizzava Hobbes: è comune in entrambi la preoccupazione di vedere i fenomeni nella loro realtà e di non assoggettarli a classificazioni prestabilite di valori.

Diritto di dominio

E' però evidente, per Spinoza come per Hobbes, che da questo stato di anarchia, di inconcludenza e di violenza naturalistica bisogna uscire. Hobbes aveva proposto come soluzione un patto fra gli uomini, illuminati da una ragione che consiglia loro di rinunciare a tutti i loro poteri particolari per concentrarli in un potere sovrano; Spinoza sembra condividere questo tipo di soluzione. Si può tuttavia notare una differenza tra le argomentazioni di Spinoza e di Hobbes perché il patto di alienazione non è nel primo così esplicito e radicale come nel secondo ed esso non è dettato da una ragione che pervada contestualmente tutti gli uomini rendendoli consapevoli di ciò che è il loro bene e delle condizioni necessarie per raggiungerlo. La somma potestà, come Spinoza la intende, può derivare da una cessione spontanea delle potenze e quindi dei diritti dei soggetti ma anche da una coazione imposta da un diritto superiore di natura di cui dispongono i più forti. C'è un potere che domina gli altri, che rende subalterne le potenze rivali, che riesce a rappresentare una forza collettiva in grado di controllare le singole componenti. Il potere politico è una forza più possente delle altre, capace di condizionare la generalità delle volontà individuali e dei fenomeni sociali e in grado quindi di esercitare come vuole questo suo diritto di dominio. Il potere si espande fin dove non incontra limiti e resistenze e se diventa egemonico, ciò significa che si è impadronito dei meccanismi decisionali della vita collettiva; nei suoi confronti non vi è neppure un limite intangibile di natura religiosa e metafisica. Il sovrano decide anche in materia religiosa: Spinoza dice che se Dio ci avesse dato esplicitamente una legge evidente ed imperativa, questa legge sarebbe vincolante anche per i governanti e legittimerebbe la resistenza da parte dei sudditi. Le opinioni religiose, però, sono anch'esse varie e disperse e i contrasti di natura teologica non sembrano trovare conciliazioni definitive. Dietro le religioni si nascondono d'altronde interessi di altra natura e quindi la somma potestà politica non è tenuta a rispettare i precetti confusi e variamente interpretabili della religione, né a cercare la verità nelle lotte religiose. Sembra quindi che nel sistema di Spinoza entri molto autoritarismo, rivolto a condizionare non soltanto i comportamenti pratici ma anche il mondo delle idee e dei valori. Una volta che un potere egemonico si è instaurato, esso penetra anche nelle coscienze e così atti intellettuali e morali che sembrano liberi, sono in effetti influenzati direttamente o indirettamente dal potere.

Il governo e le libertà individuali

Se ci si fermasse a questo punto, potremmo dire che il pessimismo antropologico, il meccanicismo naturalistico, il determinismo sociale e l'equivalenza del diritto con la forza formino in Spinoza un sistema costrittivo sistematico ed ineluttabile che compromette oltre ogni misura la dignità dell'uomo e che vanifica ogni garanzia della libertà politica. Il pensiero di Spinoza tuttavia, malgrado questi suoi presupposti teorici che obiettivamente favoriscono il monopolio del potere, non si presta ad una conclusione puramente assolutistica. A differenza di Hobbes gli uomini che passano dallo stato di natura allo stato sociale non rinunciano totalmente; per Spinoza, ai loro diritti naturali e quindi non trasferiscono ad altri tutta la loro potenza fino a ridursi a semplici oggetti della politica. Nessuna forma di alienazione, in materia politica, deve implicare il principio che l'uomo rinunci ad essere uomo; d'altra parte non ci può essere una somma potestà politica così potente da poter fare tutto ciò che vuole. Spinoza fa valere questo principio: l'autorità si definisce non solo in relazione a chi la detiene di fatto ma anche a chi la subisce e perciò i comportamenti dei soggetti sono elementi costitutivi della stessa natura della sovranità; d'altronde ciascun uomo ha una sfera più o meno ampia di vita in cui la sua volontà si identifica con il suo diritto. Egli sostiene che quali che siano i diritti che gli uomini trasferiscono al sommo potere e quali che siano le sue prerogative, tale potere non potrà mai sfuggire alla paura di essere contestato e rifiutato dai cittadini. Il potere politico è un fatto di natura, è un diritto della forza che nasce allo stesso modo in cui nasce il diritto di ogni cittadino e se i sudditi hanno paura del potere, anche il potere può tremare davanti a loro. Non è soltanto la minaccia esterna che mette in pericolo lo stato ma è anche la continua minaccia interna di chi non accetta che tutti i suoi diritti vengano espropriati da un potere assoluto. Si può sempre rimettere in discussione il potere che rimane perciò un problema sempre aperto; in questo modo Spinoza storicizza il problema del potere, le cui attribuzioni mutano in relazione al mutare delle capacità di ragionevolezza degli uomini ed in relazione ai loro progressivi incivilimenti. La somma potestà deve, in primo luogo, rinunciare a manifestarsi come "governo violento", come governo cioè che considera delitti la libertà delle opinioni, patrimonio inalienabile dell'uomo. Il sapere e l'agire politico devono pendere atto che l'uomo non si sottomette interamente alla volontà altrui e che non è disposto a far cessare la sua facoltà di pensare e di giudicare come crede; vi è con ciò, da parte di Spinoza, una rivendicazione animosa del diritto di critica e di libera ricerca.

Il fine dello stato
La contraddizione di Spinoza consiste in questo: da una parte egli teorizza il diritto della somma potestà ad estendersi sin dove si estende la potenza dello stato ma d'altra parte egli non ammette alienazioni totali dei diritti degli individui e non vuole un potere arbitrario. Il fine dello stato non è quello di accrescere indiscriminatamente il potere, non è quello di nominare in modo assolutistico ma è piuttosto quello di liberare gli uomini da ogni motivo di timore e di farli vivere nella massima sicurezza possibile. I compiti che l'autorità pubblica si propone devono quindi assumere un significato sempre più razionale; nessuno può accettare un governo che ostacoli con la violenza l'incivilimento complessivo della società. Perciò la potenza della politica deve trasformarsi in ragionevolezza e l'immagine dell'individuo, attraverso l'educazione pubblica, deve essere quella di un cittadino che "coopera al bene della collettività e, nello stesso tempo, provvede al suo particolare interesse". Certo, Spinoza teme il sovvertimento dell'ordine politico esistente ma sarebbe inammissibile che gli uomini rinunciassero al diritto di pensare e di giudicare a proprio talento. A ciascuno deve essere riconosciuta una facoltà di critica sulle cose politiche ed anche un potere di iniziativa per abrogare leggi che ripugnano alla ragione e per proporne di migliori, ubbidendo tuttavia alle norme vigenti fino a quando il potere non le ritiri lui stesso.

Bene pubblico e democrazia
Spinoza delinea così i lineamenti di uno stato che non è più fondato sull'intolleranza, che non ammette sottomissioni radicali e concentrazioni potestative e che sente il fascino dei principi razionali nell'esercizio degli affari pubblici. Ciò lo induce a teorizzare come migliore regime possibile la democrazia. Anche in questo regime la potenza è sempre sovrana perché la democrazia ha come suo fondamento "un'assemblea generale di uomini" ma si ripristina anche in essa quella logica che egli fa valere nei confronti di qualunque potenza: l'assemblea può tutto ma non deve fare tutto.
Il correttivo al potere che Spinoza introduce in una democrazia repubblicana è che ciascuno si riserva il diritto di una sua attiva partecipazione alla formazione delle deliberazioni e la democrazia è, d'altra parte, impegnata a far valere sempre il bene pubblico sull'interesse privato e deve perciò, o attraverso la spontaneità o attraverso la forza, educare i cittadini a vivere secondo la disciplina della ragione.
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