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Blaise Pascal

Grandezza e difettività della ragione
Questo autore mobilita tutte le energie del suo spirito per misurare la grandezza e la miseria dell'uomo nella conoscenza, nella morale, nella religione, nella politica. La grandezza dell'uomo è data dal pensiero, la miseria è data dai vizi, dai capricci, dalle passioni, dalle corruzioni che minacciano la mente e l'azione. L'esperienza umana vive in una perenne ambiguità ed ambivalenza fra uno stato angelico ed uno stato animale; non può superare la sua costituita difettività ma può nobilitarla con l'intelletto e con lo spirito. Grande matematico ed insigne scienziato, Pascal vede nella conoscenza di sé il culmine della dignità del sapere e chiede che l'esprit géometrique, con il quale si indaga sul mondo esterno per scoprire i principi che reggono le connessioni della natura fisica e materiale, non soppianti l'esprit de finesse che ci consente di penetrare nelle tante nature e nelle tante vocazioni del mondo interiore dell'uomo, mai riducibile ad un parametro fisso. Fare quindi dell'io l'oggetto principale del nostro conoscere, senza però tentazione di egoismo e di singolarismo e senza pretesa che la nostra continua ricerca trovi il suo appagamento in una dimensione puramente mondana. Questo atteggiamento di Pascal sembra non lontano dall'esempio di Montaigne che si interrogava appunto su ciò che l'uomo sa di se stesso. In effetti la sostanza dei Saggi di Montaigne è presente nei Pensieri di Pascal, anche se Pascal denuncia certi vizi intellettuali del suo predecessore. Maggiore è la distanza dal razionalismo di Cartesio perché in tutta la sua filosofia, dice Pascal, egli avrebbe voluto fare a meno di Dio. Esagerando il potere delle facoltà razionali dell'uomo, Cartesio non avrebbe saputo situarle nella complessità di una struttura esistenziale costituita anche da passioni, interessi, sentimenti, bisogni metafisici, tutti bisogni non appagabili con semplici risposte razionali. Anche per Pascal, tuttavia, la ragione sancisce la grandezza dell'uomo e perfino le miserie umane, quando se ne ha consapevolezza critica, sono meno degradanti e disperanti. Siamo sovrastati dal mondo esterno ma la nostra capacità di riflessione e di giudizio dà alla libertà umana una superiorità qualitativa su ogni determinismo fisico e naturale. Pascal insiste tuttavia sui rischi morali e pratici di una assolutizzazione della ragione. In un certo senso il punto più alto della ragione è quello che ci fa assumere coscienza dei suoi limiti; lottare per la ragionevolezza nelle attività umane implica quindi anche una sconfessione dei dogmi della ragione. Man mano che la ragione progredisce, essa si trova a contatto con cose che non sono razionali perché situate al di sotto o al di sopra della ragione umana, la quale non può ridurre il mondo materiale ai suoi schemi e, soprattutto, non può permettere al suo livello la ragione eterna. Abbandonarsi alle superficialità, alle contingenze, alle apparenze della vita sarebbe abnorme esaltazione di ciò che è materiale e strumentale. Scommettere sull'infinito significa, invece, accettarsi con tutte le proprie debolezze ma anche nobilitarsi con tutte le capacità di riscatto intrinsecamente connesse alla fede ed al riconoscimento della sovranità divina. Non gli sembra una terapia positiva contro le miserie e le infelicità umane ricorrere al "divertissement", illudendosi con ciò di dimenticare se stessi nell'attivismo delle imprese mondane, nella cupidigia del potere, nella falsa etica dello stordimento e della futilità. Pascal fa quindi l'apologia del Cristianesimo come culmine della vita spirituale, un Cristianesimo che non è tuttavia dispiegamento di certezze tangibili ma soprattutto tensione continua per cercare quel "Deus absconditus" che non si rivela se non a coscienze umane aperte, pur attraverso dubbiosità e tensioni problematiche, al valore del mistero e dell'infinito.

Il relativismo politico e giuridico

Questo suo Cristianesimo si traduce anche in una mentalità politica, in un certo modo di avvicinarsi agli affari pubblici. La spiritualità di Pascal può sembrare incline ad una certa passività nei confronti dell'esistente e dei sistemi potestativi e normativi dominanti ed è stata per questo criticata dal successivo pensiero illuministico ma si deve ammettere che tutto ciò che Pascal dice del valore dell'uomo, tutta la dignità che attribuisce allo sforzo critico del conoscere, tutta l'importanza che dà all'indipendenza del giudizio personale, non gli consentono di considerare la politica in termini di semplice assuefazione all'esistenza. Ci sono posizioni intellettuali di Pascal che denotano una sua positiva considerazione dell'idea del progresso e dell'emancipazione dell'uomo: il genere umano ha una "prerogativa particolare", in base alla quale "non solo ogni individuo avanza di giorno in giorno nelle scienze, ma tutti gli uomini insieme progrediscono continuamente (…) perché avviene nella successione degli uomini ciò che avviene nelle diverse età dei singoli". "Tutta la successione degli uomini nel corso di tanti secoli deve essere considerata come uno stesso uomo che sussiste sempre e che apprende di continuo"; egli evoca così l'idea di un "uomo universale", raffigurazione dello sviluppo storico dell'umanità, che è continuo accrescimento di potere e di sapere. Come gli Illuministi, considera antichi i moderni perché ogni generazione successiva è più vecchia di quella precedente. Ciò nonostante la sua visione politica esige da parte del Cristiano un dovere fondamentale di sopportazione, di moderazione e di prudenza e, quindi, la rinuncia a sovvertimenti di ampia portata. Egli relativizza l'idea di giustizia, non crede nell'oggettività invariabile delle leggi naturali ed è scettico sull'esistenza di istituzioni capaci di esprimere costanti e coerenti sistemi di garanzie. L'ambizione dei potenti e la "follia del popolo" dominano la politica, la cui sregolatezza fa apparire come ragionevoli anche le cose più irragionevoli. La tradizione agostiniana, che ha una forte influenza su Pascal, lo porta a dubitare della validità dell'impianto giusnaturalistico di altre dottrine cristiane ed in particolare di quelle di derivazione tomistica; Pascal valorizza (come Sant'Agostino e come il Giansenismo) più la grazia che la natura, più la volontà e la misericordia di Dio che la legge. Vi sono certo leggi di natura oggettivamente vere ma la vita storica le ha sconvolte ed alterate con il peccato e con l'errore; al variare dei costumi subentrano altri principi che ugualmente pretenderanno di considerarsi naturali. La nozione di giusto
o ingiusto muta al mutare delle diverse società e dei diversi ambienti. Un certo pessimismo antropologico di Pascal gli fa dire che la vita è un'illusione perpetua, basata su verità che vacillano e decadono col tempo e che gli uomini non fanno che mentirsi ed ingannarsi a vicenda. Tutto è diverso nell'uomo e fra gli uomini e questa eterogeneità, matrice di ambiguità e di antagonismi, è il segno della miseria di un essere sempre dominato dall'incostanza, dalla noia e dall'inquietudine e sempre frustrato nei suoi desideri di indipendenza, libertà e giustizia. Sembrano tinte forti di una visione pessimistica che, in un contesto molto diverso di esperienza culturale e spirituale, era anche la visione di Machiavelli ma non vi è pessimismo che per Pascal possa infrangere la potenzialità qualitativa dell'uomo.

Il cristiano e l'autorità

Per Pascal né le potenzialità qualitative degli individui riescono a migliorare definitivamente la società né, soprattutto, la società può, in quanto tale, estirpare il male e la difettività dell'uomo, troppo radicati nelle strutture permanenti della soggettività per poter essere eliminati con diverse combinazioni sociali, con mutate distribuzioni di forze collettive; una posizione, questa, agli antipodi di certe condizioni illuministiche. Pascal non accetta invece una socializzazione o una politicizzazione del male che rimane essenzialmente, per lui, un problema dell'interiorità personale. Non si deve però abbandonare l'uomo alla solitudine del suo pensiero e della sua spiritualità e spetta alla politica garantire ciò che è richiesto per dare alle attività umane le indispensabili oggettivazioni sociali e finalità comuni. La posizione di Pascal sulla politica, malgrado tutte le differenze filosofiche, non è diversa da quella proposta da Cartesio con la sua teoria della "morale provvisoria" come base della coesistenza. Anche Pascal (come Cartesio e come prima di loro Montaigne) sostiene che il costume vigente è sempre la cosa più sicura e che esso rappresenta il male minore. E' vano, quindi, giudicare le abitudini alla luce di argomentazioni astratte e di criteri aprioristici di giustizia; è l'abitudine che decide ciò che è giusto perché l'abitudine è una ragione probabilistica, meglio rispondente ai "ragionamenti della vita comune". Nulla appare a Pascal così difettoso come gli sforzi intellettuali che si compiono nel tentativo di realizzare una suprema giustizia: guai a scuotere violentemente i costumi stabiliti perché, andando a frugare all'interno della società, si possono sovvertire anche condizioni essenziali della sua esistenza. Non pretendere, quindi, in politica di analizzare troppo e di tradurre tutto in termini di purezza concettuale. Ciò non impedisce, tuttavia, a Pascal di esprimersi con audacia intellettuale anche su problemi così importanti come quello della proprietà: colui che ha detto "questo posto al sole è mio" ha "raffigurato il cominciamento dell'usurpazione su tutta la terra". La giustizia non riuscirà, però, ad eliminare le storture su cui si fonda la vita sociale perché la giustizia è una qualità spirituale e la si può maneggiare come si vuole, interpretandola in tanti modi diversi. Essa è, per così dire, una sostanza molle, elastica, troppo debole per ordinare la vita sociale; ciò che regola la società è piuttosto la forza, la quale è invece una qualità dura. Non occorre tuttavia che la forza, per essere tale, sia sempre dominio immediato e brutale: c'è forza anche attraverso i condizionamenti del costume o il peso delle opinioni della maggioranza. C'è una classe dominante che detiene il potere e che cerca di farlo durare nel tempo attraverso i modi che reputa più vantaggiosi; diversi sono gli strumenti (popolari, aristocratici, oligarchici) di cui il dominio può servirsi per trasmettersi e perpetuarsi ma tutti questi strumenti rischiano di essere falsati dalla forza. La classe egemonica cerca di nascondere e di camuffare la sua ambizione potestativa con espedienti che, come li presenta Pascal, non sembrano dissimili da quelli che descriveva Machiavelli trattando della simulazione politica. Essa esercita il potere non solo attraverso la forza ma anche attraverso l'immaginazione, facendo penetrare nel popolo delle credenze illusorie che gli fanno scambiare per "grandezze naturali", cioè indipendenti dalle opinioni e dalle volontà umane, delle "grandezze di convenzione" che sono solo il prodotto dell'établissement e delle sue corrispondenti gerarchie sociali. Il potere è connesso alla forza ma dove questa non basta o non è necessaria, subentra l'immaginazione: i vincoli politici sono, anzi, per Pascal soprattutto "vincoli di immaginazione". Il problema che egli si pone è come il cristiano debba comportarsi di fronte alle mistificazioni ed alle ingiustizie dell'autorità: la sua risposta è che, malgrado tutto, deve piegarsi ed obbedire alle innumerevoli follie della politica. Ciò che un cristiano può fare è cercare di avere sempre dentro di sé un suo "pensiero segreto" e, con questo, conoscere e giudicare in rettitudine di coscienza ma nella vita pratica il cristiano parla e si comporta come il volgo.
Pascal non delinea, dunque, programmi di riforma sociale ma, come Montaigne, apre prospettive critiche e spirituali che possono smentire le false idealizzazioni della disuguaglianza perché ne hanno compreso e disvelato i modi di formazione.
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