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Niccolò Macchiavelli e la politica

L'autonomia della politica
Machiavelli può considerarsi umanista perché nel suo mondo intellettuale il protagonista è l'uomo con le sue passioni ed i suoi interessi ma il suo realismo, i criteri con i quali analizza i comportamenti individuali e collettivi e gli strumenti con i quali intende regolarli non sono quelli degli altri Umanisti. Più della cultura delle bonae litterae e degli interessi mercantili, ciò che lo appassiona è lo studio dei meccanismi complessi della politica, visti anche nella loro fondamentale incidenza sulla vita culturale ed economica.

Universalismo e realismo

La politica non è tuttavia per Machiavelli rappresentazione di un ordine architettonico prestabilito: egli considera anacronistica la visione della politica come sistema di equilibri e di proporzioni stabili al servizio di un bene pubblico determinato ed è incline a pensare che verità politiche intese come essenze qualitative prestabilite non siano mai esistite. I valori sacralizzati del diritto naturale possono influenzare i comportamenti umani ma solo se un'autorità superiore sa farli valere; senza di essa non vi sono leggi di natura capaci di stabilire rapporti necessari fra le cose e di legittimarli metafisicamente. Talvolta Machiavelli si riferisce al "bene comune" ma non lo vincola ad un sistema di verità eterne e lo considera come la risultante di una dinamica di interessi; la nozione di bene comune non è dunque precostituita e la sua formazione soggiace al gioco della virtù, della fortuna e della necessità. Machiavelli ambisce a sostituire la respublica christiana con una respublica umanistica fondata e garantita dalla forza persuasiva di idee culturalmente superiori. Non è con atteggiamenti spirituali distesi, prudenti e distaccati che si riesce a fare ordine nell'intrigo dei fenomeni sociali; il controllo della realtà è più difficile del controllo delle idee e la politica sbaglia se crede di potersi ridurre a strumento di applicazione di un disegno culturale. L'immaginazione politica che Machiavelli fa oggetto della sua riflessione non è quella rivolta alla ricerca di valori e di leggi universali ma è quell'arte ideologica di cui si vale il principe per camuffare le cose, per farle apparire agli altri diversamente da come sono in modo da influenzare meglio i comportamenti delle controparti ed assoggettarli al suo volere. Anche se manca la parola, vi è in Machiavelli il concetto di ideologia come arte delle dissimulazione. E' dannoso ad un principe avere ed osservare sempre delle virtù etiche ma è conveniente che finga di averle per
colpire la fantasia del popolo e per accrescere, attraverso la manipolazione dei fatti e delle idee, i  suoi poteri di controllo sulla realtà sociale.
Vi è quindi nella teoria politica di Machiavelli un netto mutamento di prospettiva rispetto alla vecchia trattatistica politica volta a conciliare virtù morali e politiche in un sistema dove
trascendenza, natura e società cooperavano per la costituzione di stabili equilibri sociali e normativi.
Tale stabilità è considerata da Machiavelli puramente fittizia.

Le leggi del potere

Il crudo realismo di Machiavelli deriva anche dalle tormentate condizioni politiche del suo tempo, in cui ogni possibilità di equilibrio e di sviluppo civile della sua patria gli sembra frustrata dalle insanabili divergenze degli stati italiani e dalla loro rovinosa politica di sollecitare gli interventi francesi, spagnoli e tedeschi, rendendosi così preda delle loro ambizioni espansionistiche. C'è in Machiavelli la consapevolezza della gravità di questo stato di cose, la cui massima responsabilità egli fa risalire alla Chiesa. Si può dire che Machiavelli veda la politica come un campo aperto di possibilità in cui i protagonisti si muovono secondo la logica dei loro bisogni e delle loro utilità particolari. Il primo compito di una scienza politica nuova è perciò la valutazione realistica delle forze in campo che non è chiuso e predeterminato perché nuovi elementi possono entrare in gioco ed altri possono uscirne. La politica è quindi all'insegna della mutabilità dei rapporti e degli equilibri e la natura dei popoli è varia, come vari sono i moventi dell'azione umana. Per lui l'individuo è dominato soprattutto dagli impulsi naturali che lo sospingono alla ricerca del potere e quindi all'assoggettamento degli altri e delle cose al suo volere. Gli appetiti umani sono insaziabili e poiché è dato agli uomini desiderare tutto ma ottenere poco, ne risulta un'inevitabile situazione di antagonismo e di conflitto. Bisogna perciò conoscere ed accettare il mondo politico quale esso è, un mondo di forze e di volontà animate da un continuo antagonismo potenziale o reale. E'necessaria per questo una valutazione realistica delle forze contendenti ed un accertamento esperto delle ripercussioni che lo spostamento di ogni elemento comporta nell'intero ambito di situazioni.

La virtù politica
La conoscenza politica implica virtù ma la nozione di virtù muta i suoi caratteri tradizionali: essa non consiste nella disposizione dell'uomo al bene, alla mansuetudine, alla benevolenza, all'etica del perdono. La virtù in senso cristiano poco si addice alla politica e affidarsi ad essa significa non fare il bene del popolo e garantire la ricchezza della nazione, bensì predisporsi ad essere travolti da forze reali. Per la conoscenza e per l'azione politica occorre un altro tipo di virtù ed è lo sguardo lucido e deciso che l'uomo politico sa gettare sulle cose che lo circondano per valutarle nelle loro effettive potenzialità, è il suo atteggiamento disincantato che gli consente di conoscere le cose come stanno e non come dovrebbero essere e di valutare gli uomini. La conoscenza politica serve per agire ed i suoi precetti devono valutarsi in base alla loro applicabilità e alla loro efficacia pratica. La politica non è solo una scienza concettualizzante, è anche e soprattutto un'arte che deve sempre misurarsi con le situazioni reali e che dipende dalla "fortezza d'animo" delle singole personalità che devono comandare e farsi obbedire.

La ragione di stato
La politica è anche ragione di stato. Questa espressione, usata talvolta da Guicciardini e divulgata soprattutto da Giovanni Botero, non c'è in Machiavelli ma c'è pienamente il suo concetto, cioè l'affermazione che l'azione politica misura la sua razionalità sulla sua capacità di raggiungere i fini che il potere si propone. La ragione deve essere anche ragionevolezza, valutazione di ciò che si può fare per non inasprire le tensioni e i conflitti, calcolo realistico di ciò che è necessario. Un certo senso del limite deve caratterizzare l'azione politica ma la ragionevolezza come persuasione intellettuale e come fiducia nella mediazione e nella cooperazione spontanea non basta alla politica, la quale ha il suo carattere fondamentale nella forza e nella decisione ad usarla. La forza che serve alla politica, tuttavia, esige anche calcolo e ponderazione. Dove è possibile le lotte politiche devono essere combattute in modo umano, cioè con le leggi, ma dove non è possibile subentra la natura animale del potere e quando il potere manifesta la sua animalità, deve saper essere volpe e leone. Questa virtù politica, combinazione di legge e di forza, di astuzia e di violenza, di calcolo e di brutalità, non basta però a prevedere e a controllare tutto: c'è la presenza di elementi imponderabili che costituiscono ciò che Machiavelli chiama la "fortuna". Bisogna cercare di intravedere i segni della fortuna, profittarne quando essa sembra volgersi a nostro favore e cercare di fare rientrare la sua volubilità nel sistema delle nostre convenienze. Al concetto di virtù e di fortuna Machiavelli aggiunge anche quello di necessità: ciò che l'uomo fa, non lo fa interamente per libera scelta ma anche perché è necessitato ad agire in un certo modo. L'azione umana non è indipendente ma si muove in relazione ad un insieme di specifici dati vincolanti. La necessità è espressione del determinismo sociale che tuttavia non priva l'uomo della sua possibilità di iniziativa e di scelta.

L'ordine politico

C'è una "comune utilità del vivere libero" in uno "stato libero" istituito per difendere i cittadini dalle minacce della paura e della discriminazione ma non è questo l'orientamento complessivo del pensiero di Machiavelli. La politica di Machiavelli persegue un'altra finalità essenziale che è quella di fondare uno stato, di costituire un ordine politico personificato da un potere centrale in grado di esercitare una influenza egemonica sulle parti sociali. Il problema preliminare della politica è drastico: si tratta di trovare degli strumenti efficaci per passare da uno stato di conflittualità incontrollata ad un ordine normativo la cui coerenza e stabilità si fondi sull'azione cosciente e deliberata di un potere in grado di opporsi alle tendenze disgregatrici. La politica è personificata soprattutto dalla virtù del principe, la cui sovranità è necessaria al passaggio dall'anarchia ad uno stato di sicurezza sociale. Nel realismo politico di Machiavelli vi è un certo riconoscimento della libertà creativa degli individui e delle forze collettive ma questo non basta a modificare il suo pessimismo sulla natura dell'uomo e sui limiti della spontaneità sociale. Nessun ordine sociale spontaneo può sussistere se non nell'ambito e sotto l'egemonia di un ordine politico costruito. Questa esigenza gli sembra ancora più assillante in Italia, il cui stato di sfaldamento morale e di liquidazione politica richiede la creazione di un potere sovrano capace di dare consistenza strutturale e qualitativa ad una comunità nazionale. Al pessimismo sull'uomo si accompagna così un certo ottimismo sulle capacità creative del potere e sulla sua idoneità a convertire la forza e l'astuzia da strumenti per l'appagamento di impulsi inferiori in strumenti al servizio di scopi politici positivi. La ragione di stato non può ispirarsi a modelli idealistici, non può perseguire solo le leggi della morale e neppure può rispettare sempre i patti che ha sottoscritto. La slealtà, l'inganno, la menzogna e la dissimulazione rimangono mezzi imprescindibili dall'azione di governo. L'ultimo capitolo del Principe è un inno alla possibilità che un nuovo "redentore" liberi l'Italia dal "barbaro dominio" e la costituisca come una nazione dotata non solo di una comune identità culturale, ma anche di una comune organizzazione politica e statale. Machiavelli sente che per questo impegno occorre l'azione di una forza politica perseverante, intelligente e decisa ad applicare nella politica i metodi del realismo e non quelli dell'immaginazione.

Società e governo
In questa prospettiva realistica bisogna consapevolmente accettare la costante relazione che deve sussistere fra la politica e la potenza militare: la guerra non è vista da lui come dannazione dei popoli ma piuttosto come matrice di virtù civili, come educazione alla fermezza ed alla fierezza del carattere dei cittadini. Anche su questo tema Machiavelli cerca un riferimento qualitativo, opponendosi decisamente all'impiego di milizie mercenarie e perciò l'organizzazione militare deve fondarsi sulla partecipazione popolare nell'ambito di comuni valori nazionali e di comuni finalità politiche. Non mancano quindi nel realismo di Machiavelli anche delle tensioni ideali che dovrebbero appunto impedire al potere di presentarsi solo come una maledizione che incombe nella vita umana e sociale e che gli uomini devono sopportare.

Dispotismo e libertà

Il pensiero di Machiavelli ha tuttavia conosciuto anche altre interpretazioni che hanno fatto di lui il teorico della critica nei confronti del potere. Questa interpretazione si è diffusa soprattutto nel periodo dell'Illuminismo, così come l'esaltazione del suo patriottismo ha potuto affascinare certe correnti del Risorgimento che hanno visto in lui l'antesignano dell'unità nazionale. L'Illuminismo considera Machiavelli come il fondatore di idee repubblicane e giudica la sua teoria più utile alla tutela della libertà dei popoli che non al dominio dei sovrani (interpretazione accreditata da Diderot e Rousseau). Non quindi un Machiavelli esempio di scelleratezza e immoralità ma un Machiavelli che descrive realisticamente le infamie del potere. Si può riconoscere che egli avverte come il potere abbia in sé una sua contraddittorietà: stabilisce un rapporto con gli altri ma al contempo li priva della loro sostanziale autonomia. E' dato perciò agli uomini ragionare sulla loro obbedienza e cercare ciò che di ragionevole ed irragionevole, di tollerabile e di intollerabile c'è nell'esercizio del potere. Il potere ha sempre bisogno di giustificarsi; ci sono tante giustificazioni del potere (antidoto all'anarchia, condizione dell'unità politica nazionale, strumento di giustizia sociale, predisposizione di difese nei confronti del mondo esterno,…) ma ogni sua giustificazione diventa contraddittoria se non è più accettata e condivisa. Si può considerare anche un'altra ipotesi interpretativa: Machiavelli, vivendo in un ambiente di grande civiltà culturale, intendeva con la sua realistica analisi del potere non solo cercare un rimedio ai rischi di decadenza politica della sua patria, ma anche proseguire l'analisi realistica dell'uomo iniziata dall'Umanesimo. Se le regole del potere teorizzate da Machiavelli vengono fatte proprie dalla ragione di stato delle grandi formazioni nazionali, diventano uno strumento di cui il dispotismo si vale senza mediazione umanistica e senza responsabilità, snaturando i fini della politica e compromettendo i valori della libertà umana.
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