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In cammino: crescita, personalità, arte



La musica antica non ha nessuna pretesa di originaria purezza. L’antropologia ci insegna che di per se ogni elemento culturale è essenzialmente una gamma di variazioni, ciò contribuisce alla flessibilità delle culture e alla loro capacità di subire numerosi mutamenti e pressioni senza mai disgregarsi del tutto. Al di là di tale capacità propria, non si può parlare della musica antica senza considerare l’acquisizione di elementi estranei. Vi sono due tipi di melodie assai vicini all’ideale di purezza incontaminata: le melodie a picco e le melodie a intervallo unico basate su motivi esigui e ripetuti all’infinito. Vi sono esempi di questi due tipi in tutti i continenti e in tutte le isole tra un continente e l’altro. Tutte le culture partecipano di questi stili piuttosto che di altri, ciò non può essere conseguenza della diffusione e dell’influenza esercitata da gruppi diversi in quanto una tale diffusione presupporrebbe un cosmopolitismo intercontinentale su scala mondiale nell’età paleolitica e un isolamento in quella neolitica, e ciò in se non è sensato, la musica antica era una qualità generalizzata, innata necessaria all’uomo paleolitico.
Dopo il Paleolitico ci troviamo dinnanzi a vari stili, diversi tra loro, dati molto probabilmente dall’influenza esterna e dai mutamenti interni. La prima è un fatto naturale data dall’inevitabile contatto con i vicini causa commercio, baratto, matrimoni misti o magari conflitti nonché migrazioni dei popoli dediti alla caccia e alla pastorizia. Il fatto che nonostante le continue influenze gli stili originari abbiano conservato i loro caratteri distintivi deriva dal fatto che  ogni gruppo si apre facilmente alle influenze abbastanza omogenee da essere assimilabili ma è ermeticamente chiuso ad apporti estranei non assimilabili. Sappiamo che cambiarono i modelli tradizionali nelle società paleolitiche ma non sappiamo esattamente le cause poiché ogni tentativo di svelare i processi interni della creazione artistica subisce la medesima sorte di una ricerca sull’anima umana condita servendosi di un bisturi. L'unica esperienza sulla quale possiamo fare affidamento è che ogni creazione artistica è un atto personale ma deve essere sostenuta e sorretta da esigenze collettive; nel mondo primitivo società e responsabilità sociali sono strettamente connesse e ciò pone le basi ad una forza della collettività potente.
Il carattere anti individualistico della vita primitiva e il carattere utilitario che la musica ha, in un mondo impregnato di idee magiche, escludono da tutta la musica primitiva il concetto di arte che caratterizza il mondo moderno. La musica è qui destinata a esercitare la propria influenza in senso sociale, magico o religioso e a influire sulle potenze benigne e maligne della natura. In un’età postneolitica i primitivi iniziano a distinguere in modo puntuale tra un esecutore buono e uno mediocre, tra una composizione di valore e una di basso livello, in pratica si iniziano a conferire alla musica primitiva qualità di ordine estetico, anzi artistico, la rendono indipendente dalle funzioni personali, sessuali, sociali e religiose, introducendo la musica nell’esperienza delle ricerca della bellezza. Di li a poco iniziarono a svolgersi competizioni, feste canore o musicali e premi e giudizi di applausi o doni materiali. Sorge spontanea una domanda, può mai la musica primitiva, così come manifestazione basata sulla tradizione imprescindibile e sulla mentalità collettiva, avere quella connotazione personale da poterla considerare arte? Molte melodie mostrano differenze individuali quando eseguite da cantanti diversi, una variante personale può essere distintiva a tal punto che gli appartenenti alla stessa nazione ne riconoscono l’autore. L’antropologia ci insegna che ogni singola cultura include componenti individuali e sociali che sono distinguibili ma non separabili; gli individui non solo si conformano ai modelli sociali ideali ma danno avvio anche a molti mutamenti che in seguito saranno universalmente accettati. Ogni uomo vive come membro di una società conformando il proprio comportamento e modellando il proprio pensiero sui modelli della società in se a cui appartiene, in qualche momento della sua vita egli afferma la propria personalità, in arte o in musica, l’individuo crea e la società accetta o rifiuta. Se esempio nelle Isole Andamane ogni uomo compone le proprie canzoni, nessuno canterebbe mai una canzone composta da un’altra persona. Un compositore deve essere il padrone esclusivo della sua canzone poiché tale contiene in se la sua anima inalienabile, tant’è che restrizioni e diritti d’appartenenza sono frequenti, il compositore deve ad esempio dare il proprio consenso prima che la sua canzone venga usata per la danza. Lo stesso vale la musica, ad esempio ogni uomo ha il suo fischio. Comincia a svilupparsi così il concetto della musica personale come fatto commerciale, ergo, i diritti di autore magari non intesi nel senso odierno ma l’idea di fondo era pur sempre quella, l’acquisto di una melodia per il suo uso. I diritti musicali moderni furono applicati per la prima volta nel 1831 a Washington USA. Da qui ne consegue che coloro che hanno ricevuto l’addestramento necessario alla composizione, alla narrazione e al canto sono generalmente di nobili origini.

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