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La melodia



Ritmo e forma sono i due fattori che organizzano la melodia, essi frenano e dividono il suo flusso secondo schemi ricorrenti, ne controllano la tensione e la distensione, e creano un equilibrio tra norma e libertà. Il ritmo è una qualità formale e la forma una qualità ritmica, sono concetti che si intrecciano. Di solito si parla di forma quando si intende esaminare l’organizzazione di un brano e di ritmo quando analizziamo un frammento limitato. Il ritmo ha un’origine extramusicale, la melodia non dipende necessariamente dal ritmo. L’introduzione del ritmo è dovuta a noi stessi, al nostro corpo, Platone riconduceva il ritmo al movimento cosciente dei corpi, 2000 anni più tardi Karl Bucher affermava che fondamentalmente il ritmo non è una qualità intrinseca della musica ma è soltanto il movimento del corpo. Il ritmo nasce come un’esigenza psicofisica che si sviluppa lentamente. Dal punto di vista fisiologico consiste nell’impulso a rendere uguali e regolari movimenti quali camminare, danzare o correre; i fattori psicologici consistono nella spontaneità e nello slancio consapevoli dovuti alla maggiore fluidità e omogeneità del movimento. Ma il campo centrale del ritmo è la musica. Cantare e suonare sono seri di atti come è evidente; in una certa misura questi atti possono dirsi automatici e possiedono un alto grado di spontaneità sia in quanto causa che effetto del ritmo. Ben presto si sviluppa l’esigenza di fare del movimento del corpo un fondamento della musica, i muscoli sono usati per produrre rumore, battere le mani o piedi in genere. Il ritmo è un’organizzazione del tempo e si basa sulla nozione precisa delle unità temporali divise da intervalli uguali e che si ripetono continuamente, questo battito uniforme e rapido si ritrova nella percussione, quando si battono le mani, si scuote il sonaglio o si suona il tamburo. L’organizzazione ritmica secondo schemi determinati assume essenzialmente 3 forme diverse che si sovrappongono variamente. Una forma del ritmo è puramente numerica e consiste nel contare e nel ripetere continuamente un certo numero di unità temporali indipendentemente dall’accento o dal metro. Tale ritmo matematico è comune in estremo oriente mentre in occidente è comune il principio del conteggio dell’endecasillabo cioè del verso a undici sillabe. Un’altra forma di ritmo si fonda su accenti reali o appena accennati, raggruppa una serie di cadenze separate da intervalli uguali accentuando la prima di due o più di esse questa è la forma del moderno “tempo”. Nel mondo primitivo il ritmo numerico ha un ruolo secondario, prevale bensì il ritmo di 2\4 o binario. Non esiste e non può esistere una forma o regola generale che determini la direzione in cui si muove o meno la forma ritmica. La libertà ritmica dipende a volte dal sesso del cantante.
I modelli ritmici universali non sono assenti nella musica primitiva, tali forme di organizzazione ritmica si evidenziano anche nell’isoritmo che troviamo nel repertorio degli indiani americani che lo definiscono tale perché ogni misura è costruita in base allo stesso breve schema.
Gli stili del ritmo sono inseriti in alcune aree ben distinte. La prima è costituita dall’Asia orientale con un tempo monotono e regolare di 4\4; la 2° area con metri aggiuntivi e più ricchi è la regione che va dall’india all’Africa nera attraverso il medio e il vicino oriente. La Grecia antica presenta una commistione di questi tipi ritmici contrastanti.
Nell’Europa dell’antichità non vi è traccia di percussione, il che da luogo a forti sospetti che il ritmo svolgesse un ruolo secondario, Grocheo affermò nel 13000 che nessuna melodia monofonica fu mai registrata con precisione, questa mancanza di precisione del tutto intenzionale deve aver trattenuto le notazioni più antiche dall’indicare valori metrici. La lotta al rigore contro la ritmizzazione libera giunse fino al rinascimento, il tempo della polifonia italofiamminga, rigorosamente formalizzata ma mostra due tendenze in conflitto fra loro: da una parte lo stretto vincolo dell’unità di tempo sotto forma di tactus cioè del battito delle mani, dall’altra una melodia dal fluire libero in tutte le sue parti vocali senza accenti divisi da spazi uguali ne schemi aggiuntivi regolari. Dopo il declino della polifonia il ritmo di 4\4 e di 3\4 riportò una vittoria definitiva.
La forma è il fluire organizzato di un brano musicale nel suo complesso. I contenuti, le misure e le forma hanno subito un mutamento evidente quando la musica è divenuta indipendente e quando un pubblico attento ha cominciato a frequentare sale da concerto e tetri d’opera.
La ricorrenza incessante o snervante di una stessa percezione sensoriale, ci colpisce anzi ci intossica in due modi opposti, come uno stimolo potente o come un narcotico. La ripetizione semplice si incontra in molte parti del mondo ma anche nel canto popolare europea.
Vi sono poi forme di strofe o stanze nelle quali i versi hanno melodie differenti, il ritornello ad esempio o le strofe in generale possono assumere varie forme, dalla più semplice dove il verso si alterna stabilmente con il ritornello, a quella alternata in cui i versi hanno melodie differenti in alternanza con un ritornello che non varia.
La ripetizione costante spesso sfida la pazienza dei cantanti e degli ascoltatori, per rompere la tediosa uniformità il rimedio più naturale è la forma a variazione dove melodia o il tema è ripetuto in versione modificata in modo da tener desto l’interesse ma abbastanza simile da sembrare familiare e quindi dare un’impressione di unità a chi canta. Le variazioni di tipo più elaborato sono suonate da uno strumento tipico dell’africa nera noto come zanza.
In generale le forme di musica primitiva sono aperte, aggiuntive, ripetitive, nel complesso le nostre conoscenze relative alla forma primitiva sono più che limitate per via dei pochi campioni pervenuti.
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