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Il classicismo: da d'Ablancourt a Pope

Tra Sei e Settecento la teoria della traduzione è dominata dal gusto francese delle "belle infedeli".  Pierrot, traduttore di Tacito, non cerca sempre di riprodurre le parole dell'autore. Lo scopo è invece ottenere lo stesso effetto che l'autore aveva in mente e adattarlo al gusto del tempo. D'altra parte, in quel periodo non mancano sostenitori della traduzione fedele come Huet, che in un trattato del 1661 sottolinea la necessità di riproporre il testo originale nel modo più preciso possibile.

Tra i teorici inglesi il più insigne è Dryden, che nella sua prefazione alle Epistole di Ovidio (1680) distingue tre traduzioni: la metafrasi, la resa parola per parola; la parafrasi, la traduzione a senso di Cicerone; l'imitazione, la libera rielaborazione dell'originale. Per Dryden è la parafrasi il metodo più equilibrato: il traduttore è un ritrattista, che deve creare qualcosa di somigliante al modello.

Tratto da LETTERATURA COMPARATA di Domenico Valenza
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