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La nascita di una teoria dei generi letterari

Nel corso del Rinascimento, la ripresa di forme e stili esemplari è un'istituzione letteraria. L'imitatio si propone di restaurare la pienezza artistica degli antichi. Il poeta imitatore esprime la sua volontà di inserirsi in una tradizione che giustifichi la sua scrittura.

Imitatio e progresso non si escludono a vicenda ma vanno a coincidere. L'imitazione è un duplice procedimento: da una parte a legittima il testo, dall'altra riconosce autorità di classico al poeta. Ma l'imitatio rappresenta anche il trionfo dell'ars sulla natura, della tecnica sulle disposizioni innate.

Con la definizione dei generi letterari, la letteratura si organizza a sistema e fonda i tipi di scrittura su convenzionali distinzioni: l'epica, la tragedia, la commedia. La teoria dei generi ha nella Poetica di Aristotele un archetipo ideale. L'Ars poetica di Orazio, pur considerata, era sentita generica.

D'altra parte, sarebbe un errore dire che la teoria dei generi sia discesa dal trattato aristotelico, semmai è il contrario: l'aristotelismo conferisce una legittimazione assoluta ai testi della modernità. Il nome di Aristotele dà all'impresa di sistemazione il suggello del prestigio e dell'autorictas.

L'atto di nascita vero di una teoria dei generi su basi aristoteliche è di Giovambattista Giraldi Cinzio con Discorso ovvero Lettera intorno al comporre delle commedie e delle tragedie (1543). La definizione dei generi non è astratta, ma tiene conto del contemporaneo stato della produzione.

Tratto da LETTERATURA COMPARATA di Domenico Valenza
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