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La scrittura giornalistica di Bufalino

La scrittura giornalistica di Bufalino



Gli schermi difensivi di Bufalino sono soggetti ad essere ricalibrati quando egli si trova ad avere a che fare con l'altra scrittura, quella giornalistica, costretta per sua natura a fare in qualche modo i conti con il mondo circostante. Non si tratta di una attività marginale, quanto piuttosto di una contraddittoria e costante sovraesposizione, ambigua espressione di quella millantata riluttanza alla stampa di cui molti dubitano con ragione. I clamori della vita si mescolano con gli appartati silenzi della letteratura, ma essa continua a mantenere il suo primato, come in una surreale finzione che, strasbordando dai confini senza tempo dei libri, si insinua profondamente nella quotidianità. Quell'universo parallelo e sussidiario, fatto solo di carta e inchiostro, si impone sul reale, e quali che siano i sospetti e le incredulità che lo insidiano, viene pervicacemente e costantemente scelto come patria più vera. Già nell'ironico adattamento latino delle cinque classiche chiavi della chiarezza giornalistica, vi è del resto, in qualche modo, la cifra del suo rapporto (tutto letterario) con la parola da quotidiano: la realtà dell'avvenimento da riferire è sostituita da riflessioni chiarificatrici sulla propria scrittura, e l'oggettività del fatto è soppiantata dalle divagazioni autodiegetiche e autocitatorie dell'io, impenitente e ingombrante pronome sotto accusa. Non gli interessa gridare tra la folla che il re è nudo, scetticamente consapevole della vanità e della paradossale infondatezza di quel grido. Non lo interessa la storia, definita una parata di demenze cui assistere con ironia, un lastrico di fossili ideologici, una collana inerte di errori. Nemmeno i fatti lo interessano, perché stupidi, versi o falsi che siano.

Tratto da LETTERATURA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA di Gherardo Fabretti
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