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Parola e sentenza nella filosofia antica



Quindi nella filosofia antica si ripetono sentenze o massime per mantenersi uniti al divino, e tale metodo confluisce nella preghiera, quando si ripete un invocazione. Ma vi sono differenze: la sentenza orienta la mente verso un verità mentre il nome orienta a una persona divina, verso la quale c'è un rapporto personale. L'efficacia dell'invocazione dei nomi divini poi dipende da una potenza insita nei nomi stessi.. Nella Grecia arcaica la parola ha una potenza religiosa che agisce in virtù di un' efficacia sua propria.La parola  ha potere sulla realtà. Platone nel Cratilo definisce il nome uno strumento per distinguere l'essenza. Quindi c'è un nesso nome-essenza. Il nome comunque è imitativo. Aristotele sostiene invece la convenzionalità del nome. Nella sofistica si dice che il nome non legato alla cosa che esprime. Per gli stoici invece la parola rappresenta per sua natura la cosa. Platone ha una sensibilità di tipo religioso: il nome è indivisibile da ciò che è designato; chi conosce il nome di un essere ha potere su di esso. Il culto dei nomi divini si fonda sul nesso naturale divinità - suo nome. Parmenide dice che il nome non è convenzionale ma collegato all'essenza della cosa designata, e può rivelarla. Ma con il manifestarsi di una coscienza umana decaduta la parola diviene ambigua,e può anche occultare; da qui è importante la parola che esce dal fondo del cuore. In antitesi alle parole-nomi dei mortali stan i contrassegni rivelati: l'essere si disvela solo attraverso la ricchezza dei propri nomi.. Qui da un lato c'è l'idea dell'ineffabilità di Dio, dall'altro la potenza della parola. Nei nomi sacri la potenza evocatrice si mantiene viva. Anche Platone dice di non nominare invano gli dei. La ripetizione del nome concretizza il ricordo della divinità.
Tratto da ORIGINI GRECHE DELL'ESICASMO di Dario Gemini
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