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Sappiamo cos’è una cultura ma non cos’è una razza


Presa per quella che è la diversità delle culture non pone problemi infatti nulla vieta la coesistenza di culture che possono dialogare o ignorarsi, ma finchè le culture si considerano semplicemente diverse la situazione è tranquilla, però se una diversità si sente superiore i rapporti cambiano, questa superiorità dipende molto dai rapporti di forze.
I popoli conquistati dall’Occidente gli hanno riconosciuto superiorità, ma questa superiorità qualora esistesse sarebbe comunque relativa e non definitiva, infatti la storia delle civiltà ci mostra come nel corso dei secoli la situazione sia cambiata a favore di una civiltà o di un’altra.
La credenza nell’evoluzione unilineare delle forme viventi è comparsa nella filosofia sociale prima che nella biologia; questa tratta i vari stati delle società umane come se illustrassero le fasi successive di uno sviluppo unico nel senso di una maggiore differenziazione e complessità.
La ricchezza di una cultura o del procedere di una delle sue fasi non esiste come proprietà intrinseca ma è funzione della situazione in cui si trova l’osservatore nei suoi confronti, del numero e della varietà degli interessi che egli vi investe.

Un numero recente della rivista “Science” ha portato alla conoscenza di un pubblico più vasto il risultato delle ricerche condotte dal professor Neel e dai suoi collaboratori su diverse popolazioni nell’America tropicale. 
Abbiamo la tendenza a considerare le “razze” più lontane dalla nostra come omogenee, ma la situazione reale è più complessa infatti differenze notevoli sono state individuate in certe frequenze genetiche presso parecchie tribù sudamericane che vivono nella stessa area geografica. I nuovi villaggi si formano attraverso un doppio processo di fissione e di fusione; dapprima una discendenza famigliare si separa dal suo lignaggio genealogico e si stabilisce a parte, poi più tardi blocchi di individui imparentati fra loro la raggiungono; qui i patrimoni genetici sono molto più diversi che se fossero l’effetto di raggruppamenti costituitisi a caso.
Ne risulta una conseguenza: se i villaggi di una stessa tribù consistono di formazioni genetiche differenziate già in partenza, esse ricostituiscono un insieme di condizioni favorevoli a un’evoluzione più rapida, mentre le enormi società contemporanee in cui gli scambi genetici avvengono in altro modo, tendono a frenare l’evoluzione o ad orientarla diversamente.
I popoli detti primitivi sembrano dotati di una notevole immunità verso le proprie malattie endemiche. Il fenomeno viene attribuito alla strettissima intimità del neonato con il corpo della madre e con l’ambiente; anche riti e credenze permettono di conservare il gruppo umano in equilibrio con l’ambiente.
Con l’ingresso della genetica delle popolazioni sulla scena antropologica si è verificato un rivolgimento: il ritmo e l’orientamento dell’evoluzione biologica dell’uomo sono determinati in amplissima misura dalle forme di cultura adottate nei vari luoghi. E dai costumi adottati in passato o tuttora prevalenti; la razza dunque è una tra le funzioni della cultura.
E’ al cultura di un gruppo che determina i limiti geografici che esso si assegna o subisce, i rapporti di amicizia o di ostilità che mantiene coi popoli vicini, l’importanza relativa degli scambi genetici che grazie ai matrimoni misti permessi o meno in base alla cultura di una determinata società, potranno stringersi.
Inoltre le regole igieniche, l’efficacia delle cure, permettono o impediscono la sopravvivenza di determinati individui; questi fattori come anche l’età dei coniugi dipendono da regole sociali.
Questa inversione del problema dei rapporti tra razza e cultura ha trovato conferma particolarmente nel caso dell’anemia drepanocitica o falciforme, ossia un’anomalia congenita dei globuli rossi che quando viene ereditata dai due genitori è fatale, ma se ereditata da un solo genitore sviluppa un’immunità alla malaria; Livingstone fece uno studio comparato sul tasso di malaria, sul gene dell’anemia e sulla distribuzione di lingue e culture in Africa occidentale e dimostrò che l’apparizione della malaria e la diffusione dell’anemia dipendevano dall’introduzione dell’agricoltura in quanto i dissodamenti provocavano la formazione di terre paludose favorevoli alla riproduzione di zanzare contaminatrici. Quindi l’irregolarità genetica può illuminarci sul nostro passato. A livello della microevoluzione genetica, la collaborazione tra lo studio delle razze e quello delle culture ridiventa possibile. 
In effetti queste nuove prospettive permettono di collocare i due studi nei loro rispettivi rapporti che sono analoghi in primo luogo perché sotto molti aspetti le culture sono comparabili alle razze; si può dire che la ricombinazione genetica nella storia delle popolazioni esercita una funzione comparabile a quella svolta dalla ricombinazione culturale nell’evoluzione dei modi di vivere, delle tecniche, delle conoscenze e delle credenze la cui varia ripartizione definisce una società. E’ chiaro che questa analogie vanno proposte sotto riserva perché i patrimoni culturali evolvono più rapidamente di quelli genetici e poi il numero delle culture che esistono sorpassa quello delle razze. Ciò che l’eredità determina nell’uomo è l’attitudine generale ad acquistare una cultura qualsiasi, ma quale questa sarà dipende dai fattori casuali legati alla sua nascita e alla società da cui riceverà la sua educazione.
Tra evoluzione organica e culturale i rapporti non sono solo di analogia, ma anche di complementarietà. Le culture non esigono da tutti i loro membri le stesse attitudini e se alcune di questa hanno una base genetica, gli individui che la possiedono al grado più alto si troveranno favoriti.
Alle origini dell’umanità, l’evoluzione biologica ha selezionato tratti preculturali quali la stazione eretta, l’abilità manuale, la tendenza alla vita associata, il pensiero simbolico; ogni cultura consolida diversamente questi caratteri e li propaga.
Tratto da RAZZA E STORIA. RAZZA E CULTURA di Anna Carla Russo
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