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Il movimento operaio postbellico



Nel corso della guerra le condizioni di vita della classe operaia erano peggiorare drasticamente sia in città sia in campagna. L'inflazione aveva rapidamente eroso i salari reali degli operai cittadini e i braccianti del Meridione erano anche più svantaggiati dei colleghi settentrionali, rispetto ai quali percepivano poco più della metà. La condizione dei disoccupati era anche peggiore: alla fine della guerra decine di migliaia di ex internati nei campi di lavoro tedeschi o di ex prigionieri di guerra avevano iniziato a tornare a casa. Un aspro conflitto di interessi sorse così tra questo insieme di disoccupati e le parecchie migliaia di donne che a loro si erano sostituiti durante il conflitto e che non volevano rinunciare allo stipendio.
Le dure condizioni or ora descritte erano mitigate al Nord dalla sensazione di potere e dalla posizione di forza che gli operai avevano conquistato durante la Resistenza. Là dove commissioni interne o CLN di fabbrica svolgevano un ruolo fondamentale nella gestione delle aziende, vi furono modificazioni sostanziali:
- abbandono del cottimo perché considerato fonte di disunità tra i lavoratori
- modifica degli orari di lavoro
- esautoramento, e talvolta incriminazione, di molti dirigenti industriali, come Valletta alla Fiat o Rosini all'Ansaldo Fossati. A volte tale atteggiamento sfociava in mere e vaghe accuse di stampo classista.
Non si può comunque parlare di coscienza rivoluzionaria diffusa a livello nazionale tra gli operai. La Resistenza era stata un movimento di enorme importanza ma limitato geograficamente al centro – nord e anche qui la massa aderente era comunque limitata rispetto alla totalità della popolazione, che non mancò a volte di riservare al movimento atteggiamenti ostili, come nel caso degli impiegati di Roma, dei sottoccupati e disoccupati di Napoli, dei contadini del Veneto e di molte parti del Sud. In questo periodo è impossibile trovare qualsiasi spontaneo tentativo di creare organi alternativi di potere politico come i soviet o i consigli operai. In altre parole, se socialismo si voleva, certamente non sarebbe nato dall'interno, ma dall'esterno, in particolare dalla Russia. L'esperienza della Seconda Guerra Mondiale aveva ormai abituato il proletariato settentrionale a considerare il futuro dell'Italia come risultato dei conflitti che avevano luogo su scala mondiale, e da ciò derivo l'assunto secondo il quale se la liberazione nazionale era arrivata con gli Alleati, la liberazione di classe sarebbe giunta con Stalin.
Tratto da STORIA CONTEMPORANEA di Gherardo Fabretti
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