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Dopo la rivolta Shimabara: l’inizio del periodo Meiji


Dopo la rivolta di Shimabara del 1637 si ebbero notevoli cambiamenti a livello sociale, economico e culturale che portarono tra la fine del periodo Edo e l’inizio del periodo Meiji alla nascita del Giappone moderno. L’aumento della produttività e la crescita economica portarono a una ridistribuzione della ricchezza che destabilizzò il sistema mibun. I mercanti che occupavano il gradino più basso in questo sistema ottennero posizioni economiche rilevanti, poiché i samurai dipendevano dai loro prestiti. Venne a mancare la predominanza della classe agricola, teorizzata dal Confucianesimo, anche nelle campagne iniziarono a nascere attività famigliari di manifattura e il commercio interno favorì sempre più il ceto mercantile stabilitisi nei centri urbani. Le città-castello, dette jōkamachi, si allargarono notevolmente nel periodo Edo divennero sede di mercanti, artigiani, manovali e vari lavoratori che cercavano di soddisfare i bisogni della classe guerriera e che complessivamente furono indicati con il termine chōnin; raggiunse 1 milione di abitanti diventando la città più popolosa e animata del Giappone, la città bassa, in giapponese shitamachi, sede dei quartieri commerciali, ospitava la metà della popolazione.

Edo divenne la il centro dello sviluppo culturale ed economico anche grazie al sakin kōtai, che imponeva la residenza alterna dei daimyo nella città ciò favorì le attività commerciali e artigianali e la circolazione della ricchezza prodotta nei feudi ( han).Lo stile di vita urbano favorì anche la decadenza del sistema mibun (separazione fra ceti), le classi sociali interagivano tra loro, soprattutto quella mercantile e quella guerriera, che finirono per stabilire un rapporto di reciproca dipendenza.

Nel periodo Edo l’amministrazione centrale era affidata alla classe guerriera, che aveva il monopolio degli apparati burocratici. I militari che non avevano un feudo ricevevano un stipendio per svolgere funzioni amministrative e risedevano nei centri urbani. I militari assumevano per via ereditaria il potere politico e una posizione sociale privilegiata, ma non godevano di una buona posizione economica nel clima di pace, che, invece, aveva favorito i mercanti.

La classe guerriera assunse anche un importante ruolo culturale grazie all’ ideale del bunbu che equiparava le arti marziali alla cultura. Ciò portò alla diffusione dell’istruzione fra militari che istituirono scuole confuciane. Si affidarono infatti all’ ideologia confuciana di un governo benevolo con la rigida separazione fra classi e virtù politiche e morali. Mentre nelle relazioni personali era indispensabile la pietà filiale e la lealtà e l’obbedienza ai superiori.

L’istruzione non si diffuse solo fra la classe guerriera ma anche fra le classi rurali più ricche e nelle città anche fra i ceti meno abbienti. Il progresso economico fu accompagnato da un allargamento dell’istruzione anche fra classi non al potere con una conseguente trasformazione dei costumi. Furono create accademie private finanziate dall’amministrazione dei feudi, dette shijuku, e scuole private annesse ai templi conosciute come terakoya. Queste scuole non erano aperte solo alla classe dei samurai e ciò consentì l’affermarsi di intellettuali appartenenti anche al ceto mercantile o rurale.

Nelle città nacque la cultura chōnin un’espressione popolare di valori e gusti borghesi che prediligeva nell’arte e nella letteratura temi legati all’amore, all’erotismo e in generale a tutto ciò che è piacevole. Si sviluppa in questo periodo l’ideale dello ukiyo, traducibile come mondo fluttuante, spingeva a cogliere l’attimo, dal momento che la vita è effimera. Si lega a questo ideale anche il conflitto che caratterizza le opere letterarie dell’epoca tra giri che sono gli obblighi sociali e ninjo, ossia la passione e il sentimento. Luogo prediletto dalla letteratura e dall’arte è il mondo dei quartieri di piaceri, detti kuruwa o yūkaku, come quello di Yoshiwara a Edo.

Nonostante la politica del sakoku, continua nel periodo Edo un interesse per la cultura occidentale come testimonia l’opera di Arai Hakuseki intitolata Seikyō kibun, dove si riportano le parole di Giovanni Battisti Sidotti, un missionario clandestino. Nel 1729 fu nuovamente consentito di importare opere occidentali, escluse quelle cristiane, alcuni studiosi si interessarono a cose occidentali e presero il nome di yōgakusha e in particolare di cose olandesi i rangakusha. Si tentò di apprendere le conoscenze mediche e scientifiche occidentali e nel 1811 il bakufu creò un centro per la traduzione delle opere.

Accanto ai sinologi e ai fanatici del neo-confucianesimo si diffusero gli studiosi di cose nazionali, i cosiddetti kokugakusha o wagakusha, che cercavano di rivalutare la cultura indigena. Il primo a criticare parzialmente i fautori della cultura cinese fu Kada no Azumaro, seguito dal suo allievo Kamo no Mabuchi che scrisse opere di critica letteraria e si scagliò contro il confucianesimo reclamando un ritorno alla cultura e ai valori nipponici. Particolarmente importante per la scuola dei kokugakusha fu anche Motoori Norinaga che scrisse il kojiki den e fautore di un ritorno allo shintoismo e di una restaurazione del potere imperiale. Il più accanito sostenitore di un ritorno ai valori indigeni fu Hirata Atsutane che riteneva il Giappone l’unico paese sacro perché creato dai kami dando così alle sue teorie una colorazione xenofoba oltreché nazionalista. Egli evidenziava l’unicità del sistema nazionale – il kokutai - e la legittimità del governo imperiale. I kokugakusha misero fine al sinocentrismo e favorirono la nascita di un movimento nazionalista che avrebbe manifestato nel XX secolo tratti razzisti e autoritari.
Tratto da STORIA DEL GIAPPONE di Veronica Vismara
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