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Il periodo Edo


Il periodo Edo viene comunemente diviso in due fase collocando negli anni fra il 1730 e 1750 il momento di trasformazione economica e sociale che vide svilupparsi un mercato interno in reazione alla fine dei commerci esteri. Nacque così un potente ceto di mercanti “protetti”.

All’inizio del periodo Edo l’economia si basava soprattutto sul settore agricolo. I contadini risiedevano nei villaggi mura, divisi dalla classe guerriera, e cedevano metà del raccolto come imposte ai daimyo, che con queste entrate pagavano i samurai alle loro dipendenze. Il pagamento delle imposte ricadeva sull’intero villaggio di cui le famiglie, ie in giapponese, erano le unità minime. In caso di calamità naturali i contadini potevano ottenere una riduzione delle tasse, in seguito a un negoziato tra l’intendente del daimyo e il capo villaggio, detto shoya o nanushi. Già nella prima fase del periodo Edo i contadini cominciarono a modificare le assegnazioni dei terreni registrate su registri catastali, i kenchichō, in questo modo divenne sempre più difficile controllare le rendite delle famiglie che non coincidevano con quanto segnato nei registri. Ci fu un generale incremento della produzione agricola, in particolare nel Kinai, grazie all’utilizzo di fertilizzanti, nuovi attrezzi agricoli, nuove tecniche di irrigazione e la diffusione di manuali di agronomia. Inoltre la risicoltura richiedeva mediamente 250 giorni di lavoro all’anno e in contadini iniziarono a usare il tempo restante per altre colture come il tabacco, il e il cotone oppure per dedicarsi ad altre attività di artigianato. La popolazione rurale venne quindi avvantaggiata anche in considerazione della capacità dei contadini di occultare la vera rendita agli intendenti del daimyo.

L’incremento della produttività nella campagna favorì il commercio interno e i mercati locali in particolare nei pressi di Edo dove la concentrazione di daimyo favoriva il mercato nazionale. Infatti i daimyo e i samurai, dovevano affidarsi ai mercanti per ottenere le merci necessarie vendendo i prodotti agricoli provenienti dalle imposte. Nacque così una borghesia mercantile composta dai cosiddetti mercanti “protetti” che ottennero la fiducia dei daimyo e iniziarono a basare i commerci sulle lettere di credito rilasciate dai feudatari. Praticavano l’usura e anticipavano ai daimyo le quote per l’imposta agricola. Inoltre cominciarono ad ampliare le proprie finanze con strategie di mercato come accumulare riso nei magazzini e metterlo sul mercato al successivo raccolto per abbassarne il prezzo. I mercanti non acquistarono un potere politico proporzionale a quello economico, poiché i daimyo, nonostante fossero profondamente indebitati con la borghesia mercantile, si impegnarono a mantenere la loro autorità. Il potere dello shogun, invece, già dal 1651 con l’ascesa di Ietsuna, si disperse in favore dei consiglieri anziani e 1680 con l’ascesa di Tsunayoshi si incominciò a delegare il potere ai sobayōnin, sorta di ciambellani di scarse capacità. Tsunayoshi visse in un lusso sfrenato e viene ricordato anche come inukubo, shogun cane, per le pene severe che decretò contro chi maltrattava questi animali. I suoi successori Ienobu e Ietsugu si circondarono di consiglieri legati al Neoconfucianesimo.

Il primo a cercare di risollevare le sorti del bakufu fu Yoshimune shogun dal 1716 al 1745, egli promosse le riforme Kyōhō con cui cercò di contenere le uscite e riportare il governo all’austerità senza però riuscire a risanare il bilancio. Non riuscendo a pagare gli stipendi dei suoi dipendenti decise nel 1721-22 di diminuire il periodo di residenza obbligatoria dei daimyo a Edo in cambio di prestiti forzosi. L’introduzione di un sistema fiscale che prevedeva un pagamento annuo fisso, detto jomen, indipendente dalla rendita del raccolto, rimise in sesto il bilancio statale consentendo di ripristinare nel 1731 il sistema della residenza dei daimyo a Edo a pieno regime. Tuttavia questo sistema di tassazione innescò le rivolte rurali, hyakushō ikki. Per quanto riguarda il commercio Yoshimune cercò di instaurare un sistema di licenze fiscali, kabunakama e ordinò la moratoria dei prestiti concessi alla classe guerriera dai mercanti.

I successori di Yoshimune non attuarono politiche rilevanti lasciando tutto sotto il controllo dei ciambellani fra cui si distinse anche per la sua corruzione Tanuma Okitsugu. Egli cercò di incentivare il commercio concedendo monopoli e licenze, favorendo gli scambi con lo Hokkaido, facendo circolare monete d’argento e assegnando prestiti a basso tasso di interesse ai samurai. La sua politica aggravò notevolmente i problemi finanziari del bakufu e fu interrotta dalla morte di Ieharu.

Nel 1787 divenne shogun Ienari che si servi della guida del consigliere Matsudaira Sadanobu per promuovere le riforme Kansei che imponevano limitazioni alle attività commerciali e finanziarie, inoltre fu riaffermata la posizione dominante del Consiglio degli anziani, a cui nei decenni precedenti erano subentrati i ciambellani. Nelle campagne si cercò di far tornare i contadini e trasferiti nei centri urbani in carca di lavoro. Si cercò anche di stabilire la preminenza della capitale rispetto ad Osaka anche a livello economico. Con il ritiro di Matsudaira Sadanobu nel 1793 Ienari prese il controllo diretto del bakufu, ma il suo governo si rivelò inefficace come dimostrò la rivolta di Oshio Heihachirō, che rubava le riserve di riso per ridistribuirle fra i poveri.

Fra il 1841 e il 1843 uno dei membri del Consiglio degli anziani, Mizuno Todakuni, mise in atto una nuova serie di riforme dette Tenpō. Anche in questo caso si tentò di risanare le finanze ma con misure contraddittorie che finirono per accentuare i problemi di bilancio tanto che nel 1843 Mizuno si dovette dimettere.

Tratto da STORIA DEL GIAPPONE di Veronica Vismara
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