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Le avanguardie


Gli anni ’20 del Novecento rappresentano per l’ Europa la grande stagione delle avanguardie artistiche.
È il periodo in cui i punti di contatto tra la fotografia e le altre discipline artistiche, prima fra tutte il cinema, sono più evidenti.
Esiste una prima forma di avanguardia fotografica che, come tutte le avanguardie artistiche, è legata al futurismo, che fu tanto efficace nelle manifestazioni teoriche quanto non lo fu invece nell’effettiva realizzazione delle opere artistiche.
Il maggiore esponente della fotografia futurista rimane Antonio Giulio Bragaglia, ma troviamo spesso citato anche Fortunato Depero con i suoi autoritratti dinamici ed eccentrici.

Il dadaismo

L’effettivo momento di svolta è segnato però dal dadaismo, che nasce subito dopo la metà degli anni ’10 ed è legato al Cabaret Voltaire di Zurigo.
Il dada considera la fotografia la tecnica più adatta a rappresentare il nuovo, essendo essa stessa un’arte piuttosto recente.
I dadaisti sono la prima generazione di artisti che non si preoccupano più di definire i limiti disciplinari dell’azione.
La loro attività si fonda sulla massima confluenza di tutte le discipline possibili, abbattendo tutte le barriere tecniche = elemento antiaccademico.
Tecniche predilette dei dadaisti:
• foto-collage, che riprende alcuni tratti del futurismo, come il gusto per la provocazione ma anche la volontà di sperimentare.
A differenza dei futuristi, tuttavia, i dadaisti assumono un atteggiamento nichilista.
• Sperimentazione off-camera, cioè che non prevede l’uso della macchina fotografica.
• Fotomontaggio.

Il foto-collage e il fotomontaggio hanno a che fare con un’impostazione tecnica elementare di matrice popolare. Erano tecniche ben viste dai dadaisti in quanto liberi da condizionamenti storici e comportavano sempre un ribaltamento della percezione abituale della realtà.
D’altra parte, i dadaisti sono consapevoli di agire all’interno di una società di massa e quindi usano queste due tecniche come strumento di comunicazione di massa, allo scopo di veicolare messaggi del tutto incompatibili con quelli ufficiali.

Le tre città in cui il dadaismo si fece sentire maggiormente furono New York, Parigi e Berlino.
A New York, l’attività dada è legata alla figura di Alfred Stieglitz, attorno al quale si forma un nucleo proto-dadaista.
A Parigi, nel 1922 Man Ray introduce la tecnica del Rayograph, attraverso cui ottiene fotografie senza usare la macchina fotografica. Il principio base è la semplice interposizione dell’oggetto fra la carta sensibile e la fonte luminosa.
Egli scopre questo procedimento quando, sotto i negativi, tra i fogli di carta da stampa che erano già stati esposti, ce n’era uno vergine. Man Ray espone quest’ultimo alla luce e notando che era sciupato appoggia su di esso un imbuto di vetro, un bicchiere graduato e un termometro. Accesa la lampada, su di esso prese corpo l’immagine. In realtà, alla sperimentazione off-camera giunge, prima di Man Ray, Christian Shad, pittore tedesco.
Dall’opera di Man Ray emerge l’elemento ludico e la casualità.

Esempi.
"La Marchesa Casati", 1922.

"Torso", 1923, foto che rivela uno dei campi preferiti da Man Ray, cioè il nudo.

"Le violon d’Ingres", 1924, foto tra le più famose di Man Ray → il fotografo aveva una vera e propria passione per il violino, tanto che spesso si esibiva mentre le persone osservavano le sue opere, ed era un grande ammiratore del pittore Ingres. Il titolo è tuttavia un’espressione idiomatica, che potremmo tradurre come “passatempo” e si riferirebbe quindi ai due passatempi preferiti di Man Ray, ovvero il violino e le donne.
Osservano bene la foto, si nota che Man Ray modificò la stampa, dipingendo a mano le aperture di risonanza che avvicinano le linee del corpo della donna, che appare quasi privo di arti, e quelle del violino.

A Berlino, nel 1920, si tiene la prima Fiera Internazionale Dada, che segna l’apice e allo stesso tempo il declino del movimento.
Tra i maggiori esponenti del dadaismo tedesco troviamo Heartfield, fotografo di origini tedesche che anglicizzò il suo nome come segno di dissenso nei confronti del nazismo. Negli anni ’30 pubblica nella rivista Aiz una serie di fotomontaggi, tecnica grazie a cui diventerà famoso.
Tra i simboli del dadaismo berlinese, il collage fotografico di Hannah Hosh intitolato “Taglio con coltello da cucina Dada attraverso la pancia della Repubblica di Weimer” e risalente al 1919.
L’opera di Hannah Hosh è particolarmente complessa, sia in termini concettuali sia in termini compositivi:
• Composta da numerosi ritagli fotografici tratti dalla stampa dell’epoca.
• Nessun apporto manuale riconducibile al disegno o alla pittura.
• Presenza di alcuni personaggi storici, tra cui l’imperatore Guglielmo II e il presidente della repubblica di Weimer, nei confronti dei quali emerge un punto di vista fortemente polemico e critico.

Sono anni cruciali per la Germania sia a livello storico sia a livello culturale: sono gli anni in cui viene repressa nel sangue la rivolta spartachista e dell’omicidio di due leader comunisti e sono anche contraddistinti da una grave crisi economica-sociale.
Caratteristica del dadaismo berlinese è quella di essere super-politicizzato.

Bauhaus

Altra figura di spicco delle avanguardie artistiche è Làszlò Moholy-Nagy, pittore e fotografo ungherese naturalizzato statunitense, esponente del Bauhaus.
Per gran parte degli anni ’20 realizza scatti che sono importanti punti di riferimento sia sul piano delle sperimentazioni off-camera sia in termini di foto-collage.
Egli pubblica anche un’opera intitolata Pittura, fotografia film, opera di sistematizzazione sul piano teorico.
Moholy-Nagy può essere considerato un punto di passaggio dalla fase nichilista del dadaismo alla fase costruttivista.

Esempio 1. "Vista di Berlino dalla torre della radio", 1928:
• punto di vista estremamente astratto e geometrico
• Non vi sono figure umane,
• non si distingue nemmeno la torre.
Tutto sembra essere stato trasformato in una composizione astratta, rendendo la foto sintomatica della nuova visione.

Esempio 2. "Balconi Bauhaus", 1926: punto di vista fortemente ribassato.

Altra figura importante in questo periodo fu quella di El Lissitzky, esponente delle avanguardie sovietiche che si impegna durante la sua attività in un’ opera di mediazione tra il costruttivismo sovietico e le avanguardie occidentali. Egli si dedica alla fotografia mentre si trova in Germania e predilige la tecnica del fotomontaggio.

Esempio. "Autoritratto (il costruttore)", 1924: scatto realizzato durante un soggiorno presso una casa di cura per problemi di tubercolosi. Lissitzky ha come obiettivo quello di sottolineare il proprio lavoro come frutto di una perfetta corrispondenza fra mente e mano. Emerge anche la dimestichezza che l’autore ha a livello di tecniche di stampa in camera oscura, legate in questo caso anche alla sovraimpressione → la testa sembra fondersi con la mano e con il compasso.

Le avanguardie applicate

Filone significativo è quello delle cosiddette avanguardie applicate.
A partire dal 1929, la fotografia assume uno statuto di corso autonomo all’interno del Bauhaus, il cui direttore dei settori stampa e pubblicità è in questi anni Herbert Bayer.
Questo filone potrebbe a sua volta distinguersi in due sotto filoni:
• fotografia al servizio della rivoluzione, che troviamo in particolare in Unione Sovietica.
• fotografia al servizio del surrealismo, presente soprattutto in Francia.

In Unione Sovietica, esponente di spicco del sotto-filone della fotografia a servizio della rivoluzione è Aleksander Rodcenko, la cui attività subisce l’influenza di Moholy-Nagy e Lissitzky.
Quando ci riferiamo all’attività di Rodcenko dobbiamo comunque riferirci al contesto in cui essa si colloca, cioè l’Unione Sovietica post-rivoluzionaria.
Gli artisti sovietici operavano all’interno di una società frutto di una rivoluzione e non in vista di una rivoluzione che poteva comportare o meno un capovolgimento a livello sociale, al contrario degli artisti occidentali.
Rodcenko dimostra attraverso i suoi scatti come l’uomo, attraverso la fotografia, possa assumere un punto di vista completamente diverso da quello tradizionale.

Esempio 1. "Ritratto di Osip Brick", 1924: i tre caratteri presenti a sfondo bianco sulla lente dell’occhiale sono in cirillico e stanno per “lef”, acronimo che costituiva il titolo di una rivista di sinistra delle arti fondata da Vladimir Majakovskij.

Esempio 2. "Assembramento per una manifestazione", 1928: è evidente la volontà di ottenere un effetto di straniamento rispetto alla visione abituale grazie a una visione dall’alto.

Esempio 3. "Scale", 1930: predominano le linee diagonali della scalinata, che domina l’intera foto.

Esempio più famoso. "Fotomontaggio per la copertina di Pro Eto", libro di Vladimir Majakovskij che conteneva i versi di una poesia di Majakovskij stesso dedicati alla propria amante, moglie di un altro esponente delle avanguardie sovietiche.
Rodcenko illustra questi versi poetici attraverso il fotomontaggio e attraverso altre otto immagini: l’immagine dell’amante di Majakovskij compare all’interno del libro e viene giustapposta grazie al fotomontaggio a diversi elementi, quali grattacieli, gruppi di persone, ecc.
Egli non ha scattato le foto, quindi è unicamente l’autore dei fotomontaggi.
Le foto della donna erano state scattate dai familiari, quindi provenivano da una sorta di album dei ricordi. L’opera è quindi un’ opera collettiva, frutto della commistione di elementi diversi.

In Francia collochiamo invece il filone della fotografia al servizio del surrealismo.
Il surrealismo si afferma come movimento sulla base dell’eredità lasciata dal dada e ha come primo manifesto il testo dichiarativo firmato da André Breton nel 1924.
I surrealisti volevano liberare quelle che erano le possibilità insite dell’individuo, oppresso dalle costruzioni della società borghese.

Tecniche privilegiate:
• foto-collage.
• foto scattate con il photomaton, sorta di anticipazione delle moderne cabine per le fototessere.
• Tecnica della solarizzazione, nata in realtà da un errore in fase di stampa ma che venne poi sfruttata in maniera creativa. Permetteva di mantenere intorno al soggetto un profilo marcato, in modo tale da isolarlo sul piano compositivo, conferendo così un’aurea di mistero ed estraneità.

È tuttavia molto difficile individuare quelli che sono stati i fotografi surrealisti:

• Man Ray, dopo le iniziali sperimentazioni con il rayograph.

• Hans Bellmer, famoso per le sue ossessive fotografie scattate a una bambola a cui lui stesso aveva dato forma.

Brassai, nato in Transilvania ma famoso per le numerose fotografie scattate a Parigi durante la notte. Egli è forse il fotografo più pubblicato in termini di scatti fotografici sulla rivista Minotaure, rivista di ambito surrealista contraddistinta da una qualità editoriale di altissimo livello.
Brassai è un fotografo diretto, cioè la sua opera non comporta alcun tipo di manipolazione in camera oscura. La sua opera è riconducibile alla volontà di fornire una documentazione sulla vita notturna tenuta a Parigi negli anni ’30. Egli prediligeva i quartieri malfamati o comunque marginali, in quanto riteneva che il mondo underground rappresentasse Parigi nei suoi aspetti meno cosmopoliti e più autentici, che conservavano ancora quella che era la cultura popolare.

Esempio 1. "Le bande du Grand Albert".
Esempio 2. "Coppia di amanti in un piccolo caffè".
Esempio 3. "Bijou de Montmatre".


• André Kertész, famoso per le sue distorsioni.
Kertész giunge a Parigi nel 926 con una formazione molto lontana da quella delle avanguardie, bensì molto più vicina a una matrice razionale.
Le immagini da lui scattate a Parigi sono quelle che maggiormente si avvicinano al surrealismo.

Esempio 1. "La danzatrice satirica", 1926: foto che ritrae una modella e aspirante attrice teatrale che assume una posa tale da richiamare il torso nudo presente sulla sinistra e anche il quadro che vediamo appeso sulla parete a destra.
Traspare il gusto modernistico attraverso l’impronta ironica.
Esempio 2. "Meudon", 1928: foto complessa in quanto si svolge su più piani visivi.
Esempio 3. "Distortion - nr. 40": foto raffigurante una donna nuda in una posizione completamente distorta grazie all’uso di specchi.

Tratto da STORIA DELLA FOTOGRAFIA di Roberta Carta
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