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Reportage di guerra


Negli anni che vanno dal 1955 al 1975, la Guerra del Vietnam rappresenta un campo di battaglia anche per il mezzo fotografico e il mezzo televisivo.
La fotografia, infatti, non è più il testimone privilegiato: subentra ormai la televisione, che contrae i tempi dell’informazione e diventa così sinonimo di partecipazione all’evento.

In questi anni è significativa l’attività di Don McCullin, fotografo londinese che, nel suo volume fotografico intitolato The destruction business, si orienta verso il tema della dimensione affaristica della guerra.
Lo scopo era quello di sensibilizzare l’opinione pubblica rispetto alla guerra e al massacro che ne consegue.
Il libro è costituito da 81 immagini, presentate in sequenza, la maggior parte delle quali riguardanti la Guerra del Vietnam, che:
• Giocano sul piano empatico, attraverso per esempio la vicinanza con i soggetti ritratti.
• Gusto per le tonalità scure.

Secondo McCullin il fotografo aveva il dovere sia di testimoniare sia di denunciare.
La denuncia fa inevitabilmente affidamento su una dimensione drammatica, ma pone a sua volta delle questioni sul piano etico, in quanto McCullin riteneva che per essere allo stesso tempo testimone e portatore di denuncia era necessario stare in prima linea con i soldati e comportarsi prima come una persona e poi come un fotografo.

Altro nome importante è quello di Philip Jones Griffiths, fotografo britannico, di origini scozzesi e membro dell’agenzia Magnum.
Egli rimane in Vietnam per diversi anni, dal 1966 al 1969, e dagli scatti prodotti nascerà il libro fotografico intitolato Vietnam Inc.
Il libro conta circa 266 foto in bianco e nero e ottiene un successo senza precedenti, tanto da diventare oggetto di culto per il movimento pacifista.
A differenza di quello di McCullin, il libro di Griffiths è interamente dedicato al Vietnam, ma non ha lo scopo di documentare in maniera drammatica l’orrore della guerra.
Lo scopo di Griffiths è quello di comprendere e giungere a un’interpretazione approfondita dell’evento.
È consapevole del fatto che la fotografia ha smarrito quel ruolo di documentazione della società, quindi la sua attività ha molto più a che fare con intenti sociologici.
Griffiths riduce al minimo l’elemento emozionale, valorizzando invece la riflessione e l’impegno politico.

Alla fine degli anni ’60, anche a Praga la televisione sta usurpando alla fotografia la leadership nell’informazione. Dove tuttavia la televisione non è ancora presente, la fotografia riesce a svolgere un ruolo ancora significativo.
Il fotografo Josef Koudelka si trovava per caso a Praga quando la città viene invasa dalle truppe dell’Unione Sovietica nel 1968.
In condizioni difficilissime e senza alcun committente, Koudelka porta a termine il suo reportage.
Le foto vengono pubblicate grazie all’allora presidente dell’agenzia Magnum in forma anonima.
Tra le foto più famose, la foto intitolata Invasion: sul piano compositivo la foto ruota attorno all’orologio, che sembra fissare un momento preciso.
Gli storici della fotografia tendono ad evidenziare, all’interno dell’attività di Koudelka, la documentazione operata dal fotografo sui gitani.

Tratto da STORIA DELLA FOTOGRAFIA di Roberta Carta
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