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Galileo Galilei – Le maree

Come tutta la Giornata quarta – e ultima – del Dialogo, questa pagina tratta del flusso e riflusso del mare. La struttura dell'opera è, come nella trattatistica cinquecentesca e oltre, dialogica, ma qui a maggior ragione: il personaggio di Simplicio è infatti sostenitore delle vecchie opinioni peripatetiche e tolemaiche, dalle quali il Salviati, controfigura di Galileo, controdeduce le sue nuove, copernicane; il terzo personaggio, il Sagredo, più che essere intermedio fra i due fa da spalla al Salviati. Tale dimostrazione è in bocca di quest'ultimo. Nel Dialogo sono frequenti le pagine in cui il discorso è accompagnato, o sostituito, dai procedimenti segnici, non discorsivi, della scienza moderna, benché più di una volta ammorbiditi. Ma nel complesso il suo impianto, retto dallo stile di un grande scrittore, non assomiglia affatto a quello prosciugatissimo e tutto cosale tipico dello scienziato moderno, ma appunto a quello della trattatistica rinascimentale: a cominciare dall'ampiezza di un periodare ricco di subordinate, come è segnalato anche dalla presenza della boccacciana e rinascimentale coniunctio relativa (“dalla qual difformità”; “dove in conseguenza”) cui segue un semiperiodo di grande estensione che porta in sé varie secondarie, esplicite ed implicite. Lo stesso si dica per l'ordine delle parole, volentieri artificiale e con il verbo collocato in fondo: e puossi a tutte le ore sperimentare; inosservabilmente si alzano e si abbassano; poca mutazione fanno; venga a tutto l'istesso globo assegnato.  Ma è anche vero che questa ampiezza del discorso è alleggerita in particolare dal richiamo all'osservazione concreta, secondo il celebre principio galileiano delle sensate esperienze: nel nostro caso il riferimento alle barche che provenendo da Lizzafusina percorrorono la laguna, innestato dal colloquiale e insieme sperimentale Figuriamoci. E non si tratterà solo dell'applicazione conseguente di un metodo sperimentale, ma anche della fuoriuscita del discorso dimostrativo, che contiene inevitabilmente in sé qualcosa di autoreferenziale, all'aria aperta della vita comune. Altra forma di alleggerimento è l'appello agli interlocutori: “Ora signori miei”, tuttavia appoggiato ad un tipico avverbio di conclusione. Anche un brano così breve è sufficiente a mostrare alcuni procedimenti tipici dello scienziato. Il primo è la tecnicizzazione di parole comuni, che ancor oggi distingue sulla scia di Galileo la fisica da altre scienze esatte: come in tutta l'opera il bacino è chiamato vaso, ritardamento sta per decelerazione, come l'altrettanto poco tecnico incitazione è hapax dell'opera, e forse addirittura generale. Si noterà che tali termini non solo sono trasparenti ma sono anche motivati. Altrove aggettivi o determinazioni d'uso comune precisano quello che si potrebbe chiamare un semi – tecnicismo: moto progressivo, non uniforme; la sua fluidezza, quasi separata e libera. Altrettanta ricerca di precisione non criptica passa attraverso le coppie: dichiarare e manifestare al senso; questo effetto è indubitato e chiaro; gagliardissimo e repentino; regolare ed uniforme. Le coppie sono però soprattutto oppositive, dato l'argomento che è il flusso e il suo contrario: ora alzarsi ed ora abbassarsi; vicendevolmente ora in questa ed ora in quella s'alzerebbe ed abbasserebbe; alzarsi ed abbassarsi; discostarsi ed avvicinarsi. A questo stile ricco e positivamente composto concorre non poco la presenza continua di avverbi lunghi in -mente, tratto di eleganza e larga respirazione ma insieme mezzo per sintetizzare il discorso. A questi si affiancano una quantità di polisillabi d'altro genere, che non occorre documentare. Ed è appena il caso di accennare a mosse tipiche del ragionamento scientifico – dimostrativo, come le espressioni di necessità, in conseguenza, Sèguita, ora che dimostriamo. Piuttosto si può notare che in tutto il brano non compare che un solo latinismo, tardità, per di più doppiato o senz'altro tradotto al paragrafo successivo dal volgare lentezza. Non mancano invece i tratti di vivace colloquialità come Figuriamoci, dare in secco, non ci è bisogno, Ora, Signori miei, a capello. Come sempre nella prosa galileiana si compongono armonicamente la precisione e la logica del grande scienziato e qualcosa che solo riduttivamente si potrebbe chiamare volontà divulgativa, ma che certo è la capacità di rivolgesi affabilmente e con arguzia a un pubblico forse non solo di dotti, sicuramente non di soli specialisti, chiamandolo in causa. È una svolta della cultura moderna.



Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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