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Giovan Battista Marino – La bellissima nera


Il tema della bellezza della donna nera è antico, quasi archetipico. La fonte primaria del sonetto di Marino è probabilmente una Endecha del grande poeta portoghese Camoes: A una schiava di cui era amante in India, chiamata Barbara. E forse bisogna tener presente anche la tradizione delle moresche. D'altra parte il tema della vittoria della notte luminosa sul giorno è tipico della letteratura mistica, con esiti moderni come gli Inni alla notte di Novalis e con esiti contemporanei al Marino come il sonetto Nascita di Gesù del tedesco Andreas Gryphius.
Quello di Marino è un sonetto dalla superficie tradizionale, cioè costruito con una lingua petrarchesca. Senonché, come avviene di norma in Marino, l'ortodossia linguistica funge anzitutto da copertura alla sregolata novità dell'immaginazione e all'eccesso, anche di tensione erotica. Siamo nel secolo della dissimulazione onesta. E infatti a questo lessico tradizionale si contrappone subito un pesante drappeggio ornamentale del significante, che sembra quasi travolgere il significato stesso.
Tre delle quattro rime (e in totale dieci su quattordici) assuonano fortemente fra loro in o.o e le figure di ripetizione fonica o lessicale fanno cumulo: Nera – Natura agli estremi (1); Bella – belle (1-2); Fosca – oscura; avorio – ostro (4); Or – or; vide – viva (6).
Ovviamente tutto il testo è abbrunato di colori scuri: Nera, Fosca, s'oscura, ebeno, tenebroso inchiostro, carbon, bruno, notte.
Ma questa autonomia del significante e questa assimilazione e cumulo di immagini similari non potrebbero darsi se il sonetto non ruotasse tutto su un paradosso, anzi un doppio paradosso: chi dice io è incatenato d'amore da una sua serva di cui diviene servo (prima infrazione, ordine sociale); la serva è nera (infrazione seconda, ordine razziale ed estetico) e Marino fa sicuramente il verso a Shakespeare.
Marino dunque resta dentro il regno dell'apparenza , che da negativa diventa positiva, come se l'illusione prendesse il posto della realtà. Già la prima quartina lavora di sottigliezza e di scavo nel tema dell'apparenza: la donna è dapprima dichiarata bella nonostante sia nera, con una correctio (ma) che ricalca quella francescana del Cantico dei Cantici, e però subito emerge sulle altre per forza di ossimoro (leggiadro mostro) il cui aggettivo spiritualizza, dotandola di grazia, il precedente bella, mentre può essere che il sostantivo cumuli col senso di “miracolo” quello odierno.
Ai versi 3 – 4  il paradosso è spinto oltre, perché i tradizionali connotati di candidezza e porpora della bellezza delle bianche sono dichiarati perdenti rispetto ad un nero che, ci si fa intendere, non è solo lussuoso ma splendente. Il rovesciamento dei valori si scorge meglio se lo osserviamo in termini culturali: l'ebano nella tradizione poetica è impiegato per sopracciglia o al massimo capelli belli non tanto in sé quanto perché spiccano sul bianco del totale e lo mettono in risalto; qui sta per una integrale nerezza di cui sottolinea la preziosità della materia. E alla base del verso 3 sta il petrarchesco Vien poi l'aurora et l'aura fosca inalba però qui fosco non è più l'imperfezione rispetto al bianco ma, al contrario, rispetto al nero.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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