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Giovanni Diodati – Tutto è vanità


Diodati era figlio di un lucchese emigrato a Ginevra per motivi religiosi, ed è stato senza dubbio alcuno il più grande traduttore delle Scritture in italiano, e uno dei prosatori cospicui della nostra letteratura, titolare di un'originalità stilistica potentemente fomentata dal corpo a corpo col Testo Sacro. Poliglotta, cresciuto a contatto con la migliore cultura della coltissima Ginevra del tempo, il Diodati, che come ebbe a dire Ranchetti, non è un eretico ma un persuaso, si è impegnato nella versione delle Scritture con intenti simili a quelli di Lutero, e sin dall'età di sedici anni. Diodati tradusse dall'ebraico e dal greco, senza ignorare le versioni latine, prima di tutti la Vulgata di san Gerolamo, e anche quelle in volgare, italiano, francese e inglese. Una prima edizione della sua Bibbia volgare esce a Ginevra nel 1607. Riteniamo molto utile paragonare, nel brano, lo stile del Sommario, in corsivo, scrittura originale del Diodati, con quello della traduzione della Bibbia, eroica nel piegare una lingua così diversa come l'italiano alle suggestioni dell'ebraico, con risultati che ancor più che arcaici appaiono senza tempo. Il Sommario è costituito da un unico periodo lungo di un sette righe, contenente un fitto incastro di subordinate e di subordinate alle subordinate, alcune implicite altre esplicite. È un periodo che l'autore tenta di spezzare e ridurre a misure più eque attraverso un uso estensivo delle virgole e soprattutto dei due punti: il risultato non è però tanto di lenire quell'ampiezza sintattica quanto di creare una sorta di frizione fra lo stile periodico e le pause. Alla fine, si fatica comunque a ripigliare la principale d'avvio. Si noterà anche, nel lessico, una certa qual varietà e distizione lessicale. Storicamente parlando, siamo ancora nell'ecosfera della prosa dotta del Rinascimento italiano. Altra cosa, invece, lo stile della traduzione. Scarse le subordinate, generalmente del tipo più semplice, relative, né sono più articolare quelle di 8, 16, 17 o le implicite di 6 e 16, monorematiche. Domina invece, dopo la sintassi nominale del primo versetto (13, 17), quasi per una ripresa o ripartenza da zero, per esempio nel caso di parallelismi (9), altrove sottolineati anche da rime (9, 16); e domina soprattutto più nudamente la coordinazione asindetica, in forme estranee all'italiano moderno ma evidentemente sospinte dall'originale: vanità delle vanità: ogni cosa è vanità; ...e poi gira verso 'l Settentrione: egli va sempre girando...
Al massimo si arriva a un nesso di transizione un po' più pesante come il così anchora del v.11 Ma molto fitta e rallentante è la punteggiatura, specie con le virgole, che dà peso alla parola singola (sacra) e rende omaggio allo stile commatico dell'originale. È una grande linearità, ma una linearità spezzata. L'ordine delle parole è quello retto, senza inversione alcuna, con relativo attacco dei versetti battuto sui soggetti, a meno che non si tratti dell'interrogativa di (3), pur essa regolarissima. Si aggiungano gli Ecco che valorizzano la repentinità e l'impatto emotivo dell'evento. Volutamente semplice è anche il registro lessicale, come avrebbe fatto Lutero: dice il Predicatore; Una età va via, ed una altra età viene; e la terra resta in perpetuo. Tuttavia a questa sobrietà è legato, quasi per un effetto di rigonfiamento, il tratto stilistico più imponente di questo brano e della Bibbia di Diodati in generale, quello d'altronde che maggiormente restituisce il sapore dell'originale, cioè il cumulo di ripetizioni identiche o variate, verso le quali il Diodati non ha alcun complesso, a differenza dei più fra i prosatori italiani: fatica – s'affatica – s'affatica; trae – trae; gira – girando – giri.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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