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La lingua in Iacopone da Todi – Donna de Paradiso



Mancanza dell'anafonesi ai vv. 17 e 76 → iònta non diventa infatti iùnta e comménzo non diventa commìnzo.
Presenza della metafonesi ad esempio ai vv. 4, 16, 36 e 37 → accùrre invece di accòrre e così via.
Mancanza della chiusura della e protonica in i ai vv. 35, 38 e 45 ma non sempre avviene .
Conservazione di i semiconsonantica ai vv. 17 e 44 per esempio, senza trasformazione in affricata palatale sonora → ionta e non giunta; iocondo e non giocondo.
Vari fenomeni di assimilazione relativi ai gruppi -ND e -GN ad es. ai vv. 32 e 73 – 74.
Mantenimento dei nessi di consonante + L  che non si trasformano in nessi di consonante + j → ad es. plena non diventa piena al v. 56 però lo diventa al v. 17!  

Si tratta di una lauda, cioè di una ballata sacra, in settenari che in tre casi diventano ottonari, secondo uno schema semplicissimo: aax – bbbx – cccx eccetera. Variegati i tipi di rima: siciliana (ad es. vv. 1 – 2), guittoniana (vv. 104 – 106), umbra (72 – 74), identica (81 – 82) e quasi rima per assonanza (76 – 78). Pochi aggettivi e sostantivi rispetto ai tantissimi participi inseriti tra i nessi verbali.
Pur non essendo le rime difficili, pur apparendo il componimento come dominato dalla ripetitività, propria di uno stile ridondante e percussivo, volutamente povero di timbri, è comunque chiarissima l'astuzia con la quale le parole più forti, realistiche e drammatiche appaiono proprio nelle rime, dove è maggiore l'evidenza.
La sintassi è costruita sull'addossamento di singoli pezzi, senza coordinazione; rarissime le subordinazioni. Questo allineamento rapido e drammatico, condotto per asindeti, riguarda anche elementi minimi e rapporti sintattici più stretti: apposizione al posto di un complemento, come in Figlio occhi iocundi del v. 44 e Figlio volto iocondo v. 121 oppure infinito assoluto in trovarse en affrantura al v. 102 e trovarse abraccecate al v. 134.
L'impostazione teatrale comporta l'ossessivo ricorso alle formule vocative, che la Madonna estende alla croce stessa, personalizzandola, o che rivolge al figlio o a Pilato. Solo al coro degli ebrei sono negate queste forme vocative.
Donna de Paradiso non è solo la lauda più celebre di Iacopone ma è anche l'unica teatrale del suo laudario, quasi una concisa sacra rappresentazione, anteriore alle simili di altri laudari. Il tema è condiviso dallo Stabat Mater latino attribuito allo stesso Iacopone , o comunque dalle fonti di questo. Ma si noti subito che qui il tema non è trattato in modo statico, ma dinamico, come un racconto entro il “teatro”, via via in progressione dallo straordinario inizio in medias res attraverso contrasti e sviluppi che si susseguono nel mutare della voce degli attori. Quello di Iacopone è stato definito un laudario personale, nel senso di specificamente scritto per i propri confratelli, come del resto è attestato.
Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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