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Lo stile di C. Beccaria

Lo stile di C. Beccaria



Beccaria scrive in uno stile già asciutto per conto suo e notevolmente moderno, in cui sono molto rare le macule letterarie, peraltro ancora comuni all'epoca: scuopresi, discuoprire e termini similari. L'aspetto relativamente più letterario di questa prosa sono le inversioni più larghe, con verbo generalmente in fondo: sono da una nazione intera adottati; debbono da un fuoco incomprensibile esser purgate; è la sola uguaglianza che possono gli uomini ragionevoli esigere. Lo facciamo notare perché ci troviamo in un'epoca in cui gli spiriti più avanzati, e gli stessi membri del Caffé, si battono per l'ordine lineare alla francese. Così nel lessico Beccaria arriva fino al colloquiale, semidialettale, cavano e applica tecnicismi con molta moderazione, evitando anche la patina del latinismo.
Conviene guardare piuttosto alla forza dell'argomentare e alle sue tecniche, che grammaticalmente si affidano intanto all'insistenza del dunque che veicola la necessaria e inoppugnabile conclusione del ragionamento, e del ma che confuta gli argomenti favorevoli alla tortura. Solo nel caso dell'ipotesi che la tortura discenda dal sacramento della penitenza Beccaria è, ovviamente, più cauto, esprimendosi con i Sembra ed i Io credo. Più che nell'argomentazione distesa, Beccaria ci convince con formule strettamente consecutive o parallelistiche, dove stanno i nodi dell'argomentazione stessa, quali siccome...così, così poco... quanto, se...molto meno. Altrettanto importanti le riduzioni ad unità o generalizzazioni: ogni, non vi è uomo che, mentre sono molto meno frequenti, com'è significativo, i casi in cui la forza dell'argomentazione poggia su vecchie figure retoriche come l'anafora dei righi 51 e 80.
Quanto alle insistenti interrogazioni, non si tratta affatto di domande retoriche o portratrici di pathos, quanto invece di espressioni della meraviglia della ragione di fronte all'irrazionale. E così si dica della funzionalità che assume la ripetizione insistita di reo o quella del verbo scuoprire. Dall'opposizione fondamentale nel discorso, quella fra innocente e reo, ma più ancora della struttura oppositiva dell'argomentazione, sembrano derivare tutta una serie di vigorose antitesi: gli scellerati e gl'innocenti, innocenti – rei, ugualmente innocenti o ugualmente rei, il robusto e il coraggioso, il fiacco e il timido, pena maggiore – minore. Ma per altro verso le coppie servono a sfumare finemente, con spirito da moralista se non giuridico, concetti, categorie, situazioni: le più assurde e lontane applicazioni, segrete e confuse voci, di temperamento e di calcolo, confonde e fa sparire.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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