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Torquato Tasso – Un madrigale


Forse questa è la lirica più celebre di Tasso, un esempio eccezionale di densità e quasi fatalità stilistica. Il tema è quello della partecipazione per via analogica della natura alle pene dell'io poetante a causa del distacco dall'amata, che volentieri porta con sé come qui l'umanizzazione degli elementi naturali in scena (pianto lacrime, manto, volto, quasi dolendo). Ma in questo madrigale il rapporto stesso fra lo spazio dedicato al primo motivo e al secondo, dieci versi contro due, è subito spia della spettacolarizzazione cui il Tasso, principe di questi effetti, tende a spingere il primo, costruendo uno straordinario notturno tutto a contrapposti di nero e bianco: nero, bruna contro candido, bianca, christalline e rugiada. Eccezionalmente il tema non è proposto in forma dichiarativa, ma attraverso una sequenza di quattro interrogazioni tra dolorose ed estatiche, lessicalmente ribadite dal forse del verso 11.
L'affannoso cumulo interrogativo già crea di per sé stesso un crescendo patetico, ma questo è ribadito da altre scelte stilistiche e costruttive omologhe. Iniziamo con le anafore Qual – qual – quai (1-2); E perché – Perché (5-8) per passare alle replicazioni sinonimiche pianto – lacrime; sparger – seminò; candido – bianca – christalline – puro; stille – lacrime.
D'altra parte le rime, piane e comuni, in sostanza petrarchesche, e collocate secondo un'alternanza di consonantiche e vocaliche, si dispongono dapprima per quatttro a rima rispettivamente alternata e incrociata, ma poi, in una sorta di stretta finale, danno luogo a coppie baciate, entrambe di un endecasillabo e un settenario.
Qualcosa di simile si può dire per la distribuzione dei pesi sintattici; inizia un periodo di quattro versi, seguono due di tre, per finire con uno di due che isola in chiusa il messaggio fondamentale, la partenza dell'amata. È sottile ugualmente la regia dei tempi verbali: prima i passati remoti vidi e seminò, poi l'imperfetto durativo di s'udian che introduce la più intensa personificazione degli enti naturali ed è omologo all'iterativo intorno intorno dello stesso verso, sicché è come se l'estensione della durata temporale avesse il suo correlativo in quella dello spazio.
Il madrigale tassiano, dunque, elude qualsiasi elemento cortigiano teoricamente insito al suo tema, e disloca secondo una nuova sintassi e semantica delle immagini, i cliches analogici e metonimici o semplicemente descrittivi che nella tradizione della lirica amorosa segnalano il potere instante della donna che incarna amore: gli occhi come stelle, il candore del volto, il suo regale assidersi sull'erba, la sua identificazione segnaletica con l'aura. Gli elementi che altrove proclamano la presenza rasserenatrice o turbatrice di lei, qui dicono la sua assenza.

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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