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L’eccezione Giappone


In Asia si trovano storicamente delle eccezioni importanti, in particolare il Giappone.
L'Asia prima del '700 era per molti aspetti molto più avanti dell'occidente intendendo Europa e Stati Uniti, ora il mondo sta tornando a quello precedente la rivoluzione industriale.
Con la prima e seconda rivoluzione industriale, ci sono fenomeni sono occidentali. Per questo il Giappone rappresenta un'eccezione.

Il Giappone è la prima economia non occidentale a industrializzarsi prima del 1914; esso rappresenta il primo esempio di crescita di trasformazione antecedente al 1914 e per questo una prima eccezione.
Innanzitutto il Giappone esporta materie prime (seta, tè, pesca) in cambio di manufatti. La modernizzazione del paese avviene durante l'impero Meiji dal 1868.
Avviene la crescita, evoluzione e industrializzazione del Giappone: un ruolo importante si ebbe con una fase di modernizzazione dell'economia giapponese che avviene negli ultimi decenni dell'800 che fu fondata su tutta una serie di riforme sul piano istituzionale, sul piano dei rapporti tra economia pubblica e privata, rapporti tra stato e mercato che ci riportano all'effetto di traino di un'economia in cui essi non si contrappongono ma cercano di crescere assieme allo stesso tempo, con lo stato che favorisce la crescita dell’economia di mercato con una serie di provvedimenti e il mercato che riesce a trovare benefici di crescita dalla presenza pubblica non esagerata, non inclusiva ma trainante dello Stato.
Le riforme furono: in primo luogo si decise di investire nell'industrializzazione, si mise mano alla vendita di una serie di attività (vendita di oro) che il paese aveva per acquisire trasferimenti di tecnologia, per importare prodotti strategici per l'industria, favorire il trasferimento di tecniche, di impianti e macchinari, ma anche di lavoratori qualificati, di capitale umano.
Si realizzò in maniera virtuosa una coalizione molto stretta e produttiva tra lo Stato e gli imprenditori: lo Stato da un lato concesse protezione, incentivi, tariffe, favoritismi e al tempo stesso realizzò beni pubblici importanti, che servivano alla collettività, non favorendo un'impresa a scapito di un'altra, non usando risorse per sostenere l'uno a svantaggio dell'altro, non rispondendo alla lobby di un settore anziché un altro.
Lo Stato si occupò di realizzare beni e servizi collettivi che prevedevano la logistica quindi trasporti, ferrovie ecc., prevedevano il capitale umano con la formazione e l'istruzione, prevedevano l'ordinamento giuridico infatti furono prese una serie di riforme anche grazie all'uso di economisti, di tecnici stranieri, riforme che riguardavano le leggi bancarie, l'ordinamento giuridico anche occidentale, furono presi provvedimenti di politica industriale che favorivano non industrie vecchie non all'altezza della concorrenza, ma favorivano la " new economy" come industria del cotone, dei tessuti, dell'ingegneria navale ecc. Non si tratta di politica industriale a favore di coloro che erano già potenti che però non erano competitivi, ma scommettendo su nuovi settori. Quindi protezionismo + beni pubblici.

Una cosa fondamentale fu quella di importare "cervelli": il governo riuscì a coinvolgere una serie di tecnici americani, inglesi, tedeschi scommettendo molto sul capitale umano, inviando magari industriali e potenziali ingegneri giapponesi all'estero. Quindi si importavano cervelli e si favorì la formazione in altri paesi di cervelli giapponesi, sperando che poi essi ritornassero per dare un contribuito tecnicamente più avanzato nel loro paese (governo finanzia tecnici stranieri e avviene la formazione di giapponesi all’estero).

Si verificò un boom dell'industria tessile, anche questa fu una cosa interessante perché fu un'interpretazione dell'industria nascente molto agguerrita. Lo Stato creava industrie pubbliche e man mano che esse diventavano forti, potenti e all'avanguardia, venivano poi trasferite ai privati, che si occupavano di altre cose. il Giappone quindi non proteggeva le industrie nascenti, lo Stato diventava produttore in questo caso di industrie tessili e poi, quando le cose cominciavano a funzionare e il paese era all'avanguardia con queste produzioni, le trasferiva ai privati perché sapeva che questo avrebbe rappresentato una fase di crescita.

Con la fine dell'Ottocento, l'imperialismo peggiora anche in questa situazione nel senso che con il modello imperialista si ha un paese leader che cerca di dominare e sfruttare i paesi coloniali, tuttavia il Giappone dimostra che anche un paese alla periferia, lontano e che appartiene a un altro mondo può cambiare il proprio destino (si dimostra che è possibile cambiare il destino di un paese periferico). Alcuni di questi risultati raggiunti dal Giappone attraverso una politica industriale molto attiva, una politica di realizzazione di beni pubblici molto forte, attraverso una politica di sostegno al capitale umano facendo entrare varie competenze dall'estero e mandando all'estero una serie di giovani giapponesi per acquisire competenze, attraverso questi canali che implicavano la globalizzazione, si mostra che è possibile cambiare il destino di un paese che fino a quel momento era rimasto ai margini. Dunque dopo il 1945 si ha un modello giusto di globalizzazione (guardare Cina).

Tratto da STORIA DELLA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE di Federica Palmigiano
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