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"Bowling a Columbine". Documentario 'di parte'


Se il documentario è per eccellenza una testimonianza dove il regista scompare e mostra soltanto la realtà intoccata (anche se, come è ovvio, non è sempre possibile visto che ogni documentario corrisponde allo sguardo di un autore), qui abbiamo qualcosa di leggermente diverso. Moore utilizza svariate tecniche per dare valore alla sua tesi; il film riesce così a portare un chiaro messaggio. In sintesi, indipendentemente dalla ragionevolezza o meno della tesi del regista, non dobbiamo smettere di utilizzare il nostro senso critico.
Quello che ne emerge è un’opera dichiaratamente schierata. È un ritratto provocatorio sulle enormi contraddizioni di un paese, un punto di vista fuori dal coro sulla violenza giovanile, dove a prevalere è sempre la risata amara.
Moore ci mostra così, a modo suo, il lato oscuro della sua patria, il Michigan, ed in particolare Flint. Va ricordato poi che il Michigan è tra gli Stati dove più impera la legge delle armi da fuoco.
Riguardo la sua città natale poi nota alcune coincidenze inaspettate: Eric David Harris, uno degli autori del massacro, ha trascorso parte dell’infanzia vicino alla città in cui è cresciuto il regista, Terry  Nichols frequentava la scuola vicino alla sua e infine Charlton Heston è cresciuto a mezzora di distanza da lui. La storia personale di Moore è parte integrante del e dei suoi film. È legatissimo a Flint, uno dei posti più poveri di tutti gli Stati Uniti. Una cittadina in cui, durante la lavorazione di questo film, un bambino di 6 anni ha ucciso una compagna di classe con un colpo di pistola, una pistola trovata in casa dello zio. Flint è la pietra di paragone che utilizza per vedere come vanno le cose nel mondo. Un luogo idealizzato e al contempo fisico, eterno crocevia di desideri e sogni insoddisfatti. Flint nel Michigan, un po’ come sarà la Portland nell’Oregon di Gus Van Sant.
di Laura Righi
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