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"Elephant" di Van Sant. L'elefante nel salotto degli americani

Un anno dopo "Bowling a Columbine", Gus Van Sant ha vinto la Palma d'oro e, contemporaneamente, il premio per la Miglior Regia, con un film che ne sembra l'esatto rovescio. Dopo l’ironia e l’impegno di Michael Moore si passa al realismo opprimente e alla tensione stilistica di Gus Van Sant.
L’idea del film "Elephant", finanziato dalla HBO, è nata perché il regista voleva realizzare un film a budget basso, una sorta di work in progress, con una sceneggiatura aperta e un cast di non attori. Van Sant personalizza il suo film girando, in soli venti giorni, in una scuola di Portland, la sua città sospesa tra realtà e immaginazione; dove il regista torna sempre per girare i suoi film più personali .
Il titolo deriva da un omonimo film di Alan Clarke del 1989 sugli scontri politici nel nord dell’Irlanda. Clarke  prese il nome del film da un detto sarcastico “un problema facile da ignorare quanto un elefante in soggiorno”; si tratta del famoso "elefante in sala da pranzo" che gli americani non si accorgono di avere, nonostante sia sotto i loro occhi. Ma il regista si rifà anche ad una parabola buddista dove alcuni ciechi esaminano le diverse parti di un elefante; ciascuno crede di conoscere la vera natura dell’animale basandosi sulla parte che ne sente al tatto, quindi credono sia un serpente, un albero o altro senza mai afferrarne un quadro tattile, e dunque immaginativo, dell'insieme. Allo stesso modo, di questo elefante chiamato gioventù, non possiamo carpire che semplici frammenti mentre ce n'è sempre impedita la comprensione totale; quello adolescenziale appare un pianeta chiuso in modo ermetico. L'accento è posto proprio sulla difficoltà di descrivere l'indescrivibile.
di Laura Righi
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