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Bioetica e informazione: tra scelte individuali e politiche pubbliche

Trattiamo ora circa le questioni che caratterizzano il passaggio nei media dei problemi al centro delle discussioni bioetiche nel momento in cui i media oltre che alla notizia che è destinata a sollevare il dibattito etico si impegnano a presentare i contenuti di quello stesso dibattito etico nonché le diverse possibile prospettive morali.

È ormai prassi comune dei media accompagnare le notizie relative a controverse innovazioni scientifiche o a casi problematici con il commento di uno o più esperti in bioetica. In questo modo i media tentano di assolvere quello che costituisce il loro compito primario cioè informare correttamente i propri utenti. Nell’assolvere questo compito i media e coloro che vengono coinvolti (gli esperti di bioetica) si scontrano con alcune difficoltà, una sottovalutazione di tali o un approccio inadeguato non implicano solo il rischio che i pezzi di bioetica nei media siano di scarsa qualità, ma il rischio che si corre è ben più grave: è che un cattivo trattamento della bioetica da parte dei media causi danni al processo di deliberazione pubblica sulle materie della bioetica e pregiudichi lo sforzo individuale su materie che sono oggetto di scelta per qualsiasi cittadino delle nostre società.

I problemi tipici della bioetica vivono in due dimensioni: quella pubblica condivisa e quella privata individuale, i due livelli sono comunicanti e il modo in cui la bioetica passa nei media incide profondamente su entrambi.

Sono molti i modi in cui i media possono svolgere un cattivo servizio al processo di deliberazione pubblica e alla formazione di posizioni personali verso le questioni bioetiche. Dunque a questo punto alcuni autori arrivano a chiedersi: Qual è il ruolo dei media nel trattare temi di bioetica?Quali sono le responsabilità morali dei media? Qual è il ruolo degli esperti di bioetica nel mettersi al servizio dei media e quali sono le loro responsabilità morali? Quali sono i diritti del pubblico riguardo alla fornitura di informazioni su tali temi particolari? E qual è lo status di tali informazioni?

Helga Kuhse identifica una responsabilità specifica dei professionisti dei media nell’aiutare a promuovere le condizioni di crescita di un’opinione pubblica informata su questi temi, la condizione primaria per assolvere a tale compito è quella di fornire informazioni esatte sui fatti. In questo caso i fatti sono di natura particolare in quanto insite su ogni fatto vi sono una pluralità di visioni (morali).

A proposito di tali diverse vedute Sergio Rostagno evidenzia e critica la tendenza al predominio della prospettiva cattolica sulla scena della discussione pubblica italiana sui temi di bioetica. Emerge che la responsabilità dei media non è solo quella di farsi portavoce di una sensibilità morale presunta comune o predominante si questioni bioetiche, MA, essa consiste nel dare voce a punti di vista minoritari o emarginati per ricostruire con interezza lo scenario della società civile e per proporre al pubblico modelli alternativi di pensiero e argomentazione sui temi in gioco. Queste responsabilità dovrebbero essere condivise sia dai responsabili dei media che dagli esperti di bioetica utilizzati dagli stessi media come fonti di informazioni e pareri. Kuhse sottolinea come i professionisti della bioetica spesso aggravino, invece di alleviare, la superficialità dell’informazione. Ciò accade perché gli esperti forniscono giudizi e valutazioni laddove sarebbe invece più utile un lavoro di analisi e argomentazione per aiutare il pubblico a formarsi una propria idea, OPPURE perché perdono il controllo delle proprie dichiarazioni che risultano poi impoverite nel prodotto finale. A questo male si può aggiungere quello dello specialismo, forma di corruzione inutile del linguaggi, questa affligge la divulgazione mediatica dei temi di bioetica.

Ulteriore male è quello che Maurizio Mori definisce il vizio di buttarla in filosofia, questa abitudine, sostiene Mori, consiste nell’evitare di discutere della specificità dei problemi e dei casi, pertanto suggerisce un atteggiamento di aderenza ai fatti, un maggiore pragmatismo, una disponibilità a discutere dei fatti mettendoli in relazione con questione già note e dibattute dall’opinione pubblica, tale atteggiamento, sostiene, non è assolutamente anti-filosofico, bensì è il miglior modo per far filosofia. Proprio sulla continuità tra divulgazione dei temi di bioetica e riflessione filosofica. Affinchè, come suggerisce Eugenio Lecaldano, i due mondi di divulgazione e ricerca, si pongano in una linea di continuità che non preclude l’interscambio ma che necessita di essere promosso.

C’è poi chi, come Berlinguer, sostiene come l’insegnamento della bioetica nelle scuole, possa essere un buon mezzo per favorire una maggiore promozione di iniziative che incrementino il dibattito e la consapevolezza delle persone. La bioetica insegnata non dovrebbe essere solo quella di frontiera ma deve includere anche quella quotidiana, formare individui a una maggiore attenzione per questi temi potrebbe avere anche un effetto benefico di disinnescare i toni allarmistici che spesso accompagnano le presentazioni nei media di temi della bioetica, ricordiamocela, potrebbe spesso essere solo uno show.

Per quanto riguarda lo status, è bene precisare e ricordare che, un errata informazione da parte dei media nonché la diffusione di informazioni distorte o omissioni di opzioni morali o varie ed eventuali, non solo lede il diritto all’informazione ma rischia di ledere il diritto a coltivare una propria personale concezione di vita (quindi i diritti individuali del pubblico).

Proprio per la loro capacità di influenzare le vite degli individui sin dalla più tenera età si configurano i media stesso come un problema bioetico.
di Marianna Tesoriero
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